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Il
denitratore questo oscuro oggetto, di
Antonello Cau
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Introduzione:
“Il denitratore come e perché.”
Il tutto ebbe inizio quando
appresi, girovagando qua e là sulla rete, che era possibile costruire un denitratore. Fino ad allora non ne sapevo assolutamente nulla, non sapevo cosa
fosse ne come funzionasse e non ne avevo mai visto uno, ma sebbene i miei studi
(prima il liceo e poi l’università in giurisprudenza) e anche dopo la laurea
il lavoro, non mi hanno mai permesso di approfondire ne la chimica ne la fisica,
sono sempre stato e sarò sempre un amante del “fai da te”, così decisi di
approfondire l’argomento fiducioso che alla fine sarei comunque riuscito nella
realizzazione ed il tutto mi avrebbe ripagato portandomi a risolvere finalmente
il più grosso problema con il mio marino mediterraneo: i nitrati.
Purtroppo, nonostante effettuassi robusti
ricambi d’acqua settimanalmente, i miei nitrati si stabilizzavano sui 200 -
250 mg/l. Troppo alti, non tanto per i grossi pesci, quanto per gli effetti
sulle condizioni generali della vasca: piante, invertebrati, avannotti etc.
Qualcuno potrebbe dire “ma basta fare ricambi più frequenti…..” ,
purtroppo non sempre è così, dipende da molti fattori soprattutto la quantità
e il tipo di pesci che si tengono in vasca; quando si comincia ad avere una
murena di 40 cm che si sbaffa tutto ciò che gli capita a tiro vivo o surgelato,
oppure un cerniotto che in un mese raddoppia la sua taglia vi assicuro
che i nitrati salgono alle stelle. Il tutto non finisce qua perché NO3 alto
significa che è anche difficile tenere sotto controllo PH e KH; infatti
nonostante si tenti di integrare con miscele varie di sali per aumentare il Kh e
quindi aumentare l’effetto
tampone il risultato è effimero e dura solo 3 o 4 gg, poichè l’acido nitrico
una volta bruciate tutti le basi a disposizione, fa scendere ugualmente il PH
che a me si posizionava intorno a 7.4 -7.6
troppo basso per un marino mediterraneo.
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Dati i prezzi, non rimaneva che costruirmi
questo denitratore. Allora mi armai di coraggio e cominciai a reperire tutto ciò
che poteva essere trovato in rete sull’argomento, stetti più di un mese e
mezzo a ricercare informazioni, disegni, progetti e quant’altro fosse
necessario alla costruzione (avevo gli occhi a forma di monitor), ma alla fine
ero pronto per la costruzione.
Principio di funzionamento: “….
denitrando …. denitrando ”
Prima di accingersi alla
costruzione dell’attrezzo è necessario capirne alla perfezione il
funzionamento, cercherò quindi di spiegare e illustrare tutto ciò che ho
appreso e che può essere utile nella realizzazione, purtroppo la mia (poca)
preparazione in materia, come ho già detto, non mi permette di lanciarmi in
pericolosi monologhi chimici e fisici, così ho preferito, quando ho potuto,
riportare in corsivo articoli e discussioni di persone che tecnicamente sono
molto più titolate di me e in grado di spiegare molto bene gli argomenti
che mi accingo ad affrontare.
E’
da premettere che esistono e sono stati realizzati vari tipi di denitratori:
Cilindrici, a parallelepipedo, a tubicino, c’è chi lo ha costruito con delle
bottiglie in serie, c’è chi ha utilizzato dei cilindri, chi dei box di vetro,
e chi ancora ha realizzato il denitratore con un solo tubo semirigido lungo di
45 mt. Chi con flusso dal basso, chi dall’alto, chi utilizza pompe per
rimescolare l’acqua all’interno del box, chi preferisce un flusso continuo,
ma tutti hanno in comune un principio che è alla base di numerosi insuccessi:
costringere i batteri a lavorare in ambiente completamente anossico.
Fa
eccezione, e merita di essere menzionato il denitratore ad elettrolisi che
utilizza il principio dell’elettrolisi dell’acqua. Non usa batteri, non usa
prodotti chimici ne alimento per batteri. In pratica è un'apparecchiatura
elettrochimica costituita da una cella nel cui interno scorre un flusso di
acqua, nella cella sono presenti degli elettrodi. Quando l'acqua passa al di
sopra degli elettrodi, grazie ad un congegno elettronico di controllo che
fornisce tensione agli elettrodi, l’acqua viene purificata mediante una
reazione elettrochimica.
Meraviglioso
no !!, ma per ora non se ne sono
visti molti, e a parte queste ipotesi costosissime tutte le altre varianti (e
sono tantissime) si basano su un principio comune: l’acqua attraversa un tubo
di piccolo diametro in cui perde gran parte dell’ossigeno, poi entra in un box
oscurato perfettamente ermetico in cui, grazie a del materiale di substrato,
trovano alloggiamento i batteri che, se opportunamente alimentati ed in completa
assenza di ossigeno, ritrasformano i nitrati in nitriti e i nitriti in azoto. In
linea di principio l’acqua all’interno del box dovrebbe circolare con una
certa portata e rimanere il più possibile all’interno per permettere ai
batteri di sbaffarsi i nitrati, quindi circolazione energica all’interno ma
flusso in entrata/uscita lentissimo (da una goccia al secondo in principio, fino
a 2/3 litri l’ora quando il filtro è maturo).
Riporto
un vecchio post dell’Ing. Camera Roda che merita attenzione: ….
La mia opinione sul buon funzionamento dei filtri denitrificatori e' la
seguente: e', bene che il tempo di permanenza al loro interno sia elevato per
consentire il consumo dell'ossigeno ed avvicinarsi a condizioni anaerobiche, ma
contemporaneamente occorre che il flusso al loro interno sia abbastanza alto. In
altre parole l'acqua al loro interno deve venire miscelata o riciclata in
continuazione da una pompa, mentre la portata d'alimentazione dalla vasca e in
uscita verso la vasca deve essere mantenuta bassa, tipicamente pochi litri
all'ora. Secondo questo criterio funziona il filtro denitrificatore Aquamedic,
il mio, quello di Mio Mao (Andrea Varisco) ed anche alcuni denitrificatori che
ho visto costruiti artigianalmente. Questo non vuol dire che altri filtri con un
flusso estremamente lento al loro interno non possano funzionare, ma secondo me
il precedente sistema e' migliore per alcuni motivi:
-
Le condizioni di funzionamento sono piu' stabili, meno difficili da regolare e
meno soggette a variazioni nel tempo dovute ad intasamenti del filtro o fenomeni
analoghi.
-
Si sfrutta in maniera piu' omogenea il volume a disposizione nel filtro, perche'
tutti i punti sono abbastanza uniformemente coinvolti dalla miscelazione. –
-
Minori probabilita' di zone stagnanti dove localmente si puo' formare il dannoso
idrogeno solforato.
-
I nutrienti sono piu' facilmente a disposizione dei batteri in quanto il film
praticamente stagnante (noto come strato limite), che li circonda e che tutte le
sostanze nutritive devono attraversare per essere disponibili ai batteri,
risulta sensibilmente piu' ridotto. ”
Abbiamo
detto che nel filtro denitratore si instaurano delle colonie batteriche ma quali
e che tipo di batteri sono ?: La tesi che va per la maggiore li definisce
"anaerobi facoltativi", cioè si comportano come normali batteri
aerobi nitrificanti se hanno abbastanza ossigeno a disposizione (molto più
conveniente" in termini di economia energetica) o da anaerobi se l'ossigeno
è assente. Sembra che un ricercatore americano si sia preso la briga di
analizzare l’interno di un denitratore, bene pare che di batteri ne abbia
trovato non un solo tipo ma diverse specie, comunque resta il fatto, polemiche a
parte, che si tratti per lo più di pseudomonas. Questi batteri parrebbero
potersi alimentare autonomamente, vi è infatti chi sostiene di aver costruito
denitratori che sparano nitrati a zero senza alimentazione per i batteri, cioè
traggono il nutrimento o meglio il catalizzatore necessario per portare a
termine la reazione chimica necessaria trasformare i nitrati, dal
carbonio organico "endogeno", cioè quello presente all’interno
della vasca, ammesso però che ve ne sia. Il discorso può essere vero in parte
ma contrariamente a quanto solitamente si legge, nell’acquario marino
mediterraneo, e lo dico per esperienza diretta, non è possibile riuscire ad
operare con denitratori senza che questi siano alimentati, vuoi per la salinità
vuoi per la temperatura, ma senza alimento i batteri non si formano. Vi è un
esperimento compiuto dall’Ing. Camera Roda che a mio avviso è molto
significativo sull’argomento e che mi ha aiutato non poco. Lo riporto così
come trovato sul forum it.hobby.acquari:
“…..
tutto dipende da quanto ossigeno entra disciolto con l'acqua in ingresso
e da quanto carbonio organico e' presente come nutrimento dei batteri.
Soprattutto quest'ultimo puo' essere, in certi casi, il fattore limitante e
probabilmente ogni vasca ha i propri valori per queste grandezze. Una prova che
sto conducendo in questi giorni conferma quanto sopra. Ho infatti allestito da
poco un denitrificatore e l'ho per il momento collegato ad un bidone da 25 litri
provandolo con l'acqua di 2 differenti acquari che evidentemente hanno diversa
composizione per quanto riguarda il carbonio organico "endogeno"
presente ma concentrazione di nitrati molto simile. Con una delle due acque la
denitrificazione procedeva bene arrivando in circa 3 giorni all'abbattimento dei
nitrati (inizialmente attorno ai 50 mg/L), mentre l'altra acqua non veniva
depurata quasi per nulla. Tutte le rimanenti condizioni rimanevano le medesime e
le prove sono state ripetute due volte per sicurezza. Altre due prove sono state
fatte sull'acqua "refrattaria alla denitrificazione" aggiungendo
zucchero in concentrazione piuttosto alta (ATTENZIONE, aggiungere zucchero in
eccesso al vostro denitrificatore e' pericoloso e potete andare incontro ad
un'esplosione batterica in vasca). Il risultato e' che dopo circa 12-16 ore i
nitrati sono andati a zero (ed ho assistito anche ad un'esplosione batterica con
acqua lattiginosa, che tornava trasparente dopo circa un giorno e mezzo). Questo
dimostra che senza un'adeguata fonte di carbonio organico il denitrificatore
funziona male, anche se per certe vasche il contenuto di carbonio organico
"endogeno" puo' invece essere gia' sufficiente. All'origine di cio'
c'e' probabilmente (e' solo un'ipotesi) anche il tipo di mangime utilizzato, e
forse mangimi secchi con una certa percentuale di carboidrati possono fornire
quantita' maggiori di carbonio organico gia' presente in vasca.”
Assodato
dalle sperimentazioni che l’alimentazione per i batteri è condizione
necessaria, cerchiamo ora di spiegare perché e a cosa serve, riporto anche qui
una bellissima spiegazione del nostro caro Giovanni Camera Roda:
“Nel fitro denitrificatore i batteri
(principalmente Pseudomonas) che attuano la denitrificazione si
"nutrono" di carbonio organico (cioe' legato in composti organici).
Per realizzare l'ossidazione del carbonio utilizzano l'ossigeno disponibile, che
in ambiente anaerobico e' principalmente quello presente nella molecola dei
nitrati, che vengono percio' ridotti (a nitriti ed ad azoto gassoso se la
denitrificazione e' completa). Dunque e' necessario carbonio organico perche' i
batteri possano operare. Tale carbonio puo' essere presente gia' in acquario
sotto forma di diversi composti organici ("carbonio endogeno"), ma in
tale caso in genere si trova ad una concentrazione bassa e come molecole anche
complesse ed abbastanza difficilmente attaccabili dai batteri. Per tale motivo
si preferisce alimentare un carbonio organico di piu' facile "digeribilita'"
da parte dei batteri e con una concentrazione opportuna. E' evidente che questo
preferibilmente va' alimentato nel filtro denitrificatore ed infatti negli
impianti sofisticati l'alimentazione di questa corrente di alimento e'
controllata da un misuratore di potenziale redox posto nel filtro che aumenta o
diminuisce la portata per mantenere un potenziale redox compreso tra -250 e -50
(indice di buon funzionamento del filtro denitrificatore). Tali valori del
potenziale Redox sono quelli che ricordo a memoria e potrei anche sbagliare di
molto, ma se ti interessa posso controllare. Il carbonio organico piu'
facilmente attaccabile dai batteri pare essere l'alcool metilico, ma non viene
quasi mai utilizzato in acquario in quanto puo' creare dei gravi problemi se non
e' perfettamente dosato ed arriva fino in vasca. Si preferisce percio'
utilizzare come fonte di carbonio organico delle sostanze zuccherine quali
saccarosio e fruttosio. I preparati appositi (Anafood e simili) disponibili in
commercio probabilmente contengono varie sostanze zuccherine e forse altre
sostanze (la composizione non e' riportata sulle etichette) e, a detta dei
produttori, funzionano meglio del solo fruttosio
(ma sara' vero?).
Per quanto riguarda le reazioni di
denitrificazione esse sono, adoperando
alcool metilico,:
6 NO3 + 2 CH3OH --> 6 NO2 + 2 CO2 + 4 H2O
6 NO2 + 3 CH3OH --> 3 N2 + 3 CO2 + 3H2O +6 OH-
Per altre fonti di carbonio organico, le
stechiometrie si modificano a seconda della diversa formula del composto
organico in considerazione
portando sempre pero' alla formazione degli stessi
prodotti.
Nota: e' bene che i nitriti che si formano dalla
prima reazione si decompongano quasi tutti in nitrati attraverso la
seconda reazione, perche'
altrimenti una volta in vasca (oltre a potere
creare problemi se non
vengono trasformati velocemente) si
ritrasformeranno in nitrati ad opera dei batteri aerobici. Questo lo si realizza
facendo operare opportunamente il denitrificatore, cioe' con un opportuno tempo
di permanenza al suo interno ed un'opportuna attivita' dei batteri favorita da
una corretta alimentazione di "nutrienti". Posso cioe' in pratica
agire o sulla portata, diminuendola se ci sono troppi nitriti in uscita
(riduzione non completa), od aumentando, sempre senza esagerare, la portata di
nutrienti. Questo almeno in un filtro gia' maturo, il che vuol dire in genere
dopo alcuni mesi di funzionamento (soprattutto in acqua marina i tempi di
maturazione sono lunghi). Attenzione che se la portata e' troppo bassa e le
condizioni sono "troppo" anaerobiche (gia' consumati tutti i nitriti
ed i nitrati) i batteri potrebbero utilizzare come fonte di ossigeno anche i
solfati, che altrimenti in condizioni normali di funzionamento non verrebbero
utilizzati, formando il pericoloso e puzzolente idrogeno solforato. Anche troppi
nutrienti potrebbero portare ad un simile inconveniente.”
Passiamo
ora alle necessarie conclusioni riepilogative:
1.
L’acqua deve essere prelevata dall’acquario possibilmente nel punto
ove ha minor concentrazione di ossigeno,
2.
Trascorre il tubicino ( per chi lo usa) per perdere ossigeno,
3.
Prima di entrare nel box completamente ermetico e stagno possibilmente
posizionato al buio perchè i batteri non gradiscono la luce, viene mescolata
con il nutrimento per i batteri,
4.
Attraversa il substrato ove sono presenti i batteri, possibilmente
rimescolata di continuo, e rimane all’interno il più possibile,
5.
Fuoriesce e ricade in vasca ma MAI direttamente, perché ciò potrebbe
essere pericoloso in quanto il marchingegno se non opportunamente regolato può
apportare all’acqua sostanze tossiche, così si preferisce (come si dice
tecnicamente) far “strippare” l’acqua passandola prima nello schiumatoio
per riossigenarla e poi nel filtro biologico che eliminerebbe eventuali no2 o
H2S.
A
questo punto cosa succede: riporto quanto dettagliatamente spiegato dai tecnici
della Sera, precisando però che queste indicazioni valgono per qualunque tipo
di denitratore, Sera o artigianale che sia.
a) non
vedete nessuna differenza tra il contenuto di nitrati misurato nell'acqua in
uscita dal Biodenitratore e l'acqua dell'acquario.
Questo significa che i batteri all'interno del
Biodenitratore non sono in grado di svilupparsi. Controllre la quantità
d’acqua che passa attraverso il Biodenitratore. Il flusso d’acqua deve
essere ridotto a un litro all’ora. Abbiate comunque pazienza! Il
Biodenitratore non è un prodotto meccanico ma il contenitore di una delicata
vita che si deve instaurare al suo interno. Le nostre esperienze ci confermano
continuamente che alcuni Biodenitratori funzionano perfettamente già dopo 2-3
settimane e altri impiegano anche 12-14 settimane. Una certa importanza ha la
quantità di nitrati: in acquari con valori bassi di nitrati i tempi di
attivazione sono più lunghi rispetto ad acquari con valori alti.
b) nell'acqua in uscita sono presenti nitriti e
la quantità di nitrati è uguale o addirittura superiore all’acqua
dell’acquario.
Questo
significa che i batteri sono in fase di formazione ma l’ambiente anaerobico
all’interno del Biodenitratore non é ancora ideale. Ripetendo la misurazione
dopo qualche giorno constaterete che i nitriti sono quasi assenti e che la
quantità dei nitrati è inferiore a quella nell’acquario. Dopo qualche altro
giorno i nitrati saranno completamente assenti nell’acqua in uscita dal Biodenitratore.
c) i nitriti sono assenti, al massimo sono
presenti delle tracce di nitrati.
Questo significa che il Biodenitratore è
perfettamente funzionante e che, se l’acquario è di ca. 200 litri e non
eccessivamente popolato, il valore dei nitrati potrà essere mantenuto
costantemente inferiore a 15 mg/l, sia in acqua dolce che marina. Inoltre
diminuiranno anche i valori dell'ammonio e dei fosfati.
Quindi per semplicità schematica
vado a riassumere quelle che sono le tappe fondamentali nell’attivazione di un denitratore:
1)
L’installazione della presa d’acqua dovrebbe avvenire in un punto
molto povero di ossigeno, possibilmente lontano da ossigenatori e schiumatoi.
2)
Sin dal primo giorno e di fondamentale importanza alimentare i batteri
costantemente, le dosi e le concentrazioni sono del tutto soggettive (io usavo
un cucchiaino raso in 100 ml di acqua per tutto il giorno) se non succede nulla
si possono aumentare le dosi. Come dicevo è consigliabile alimentare sin da
subito per favorire l’insediamento dei primi batteri, ma non tanto quanto
invece si deve fare una volta raggiunto il regime completo di maturazione.
3)
Dopo circa una settimana ci si troverà
ad avere NO3 ed No2 alle stelle, ciò implica che i primi batteri si
stanno sviluppando. Vi è chi è solito inoculare con dei batteri già pronti
tipo cycle nitrivec o simili, mentre altri sostengono sia meglio lasciare che i
ceppi batterici si selezionino autonomamente.
4)
Il flusso andrà regolato bassissimo all’incirca 1 o 2 gocce al
secondo; dopo la prima fase quindi No2 ed No3 dovrebbero calare lentamente ( ma
questo non avviene mai subito). Se il flusso è troppo basso i batteri non
avendo a disposizione più No3 ed No2 iniziano ad intaccare i solfati generando
H2S, ( l’odore come di uova marce è molto pungente se si odora l’acqua)
conviene allora aumentare il flusso, se invece questo non succede e si
riscontreranno No2 in uscita, vuol dire che il flusso all’interno è troppo
altro, vi è troppo ossigeno ed i batteri non fanno in tempo a denitrificare
operando, in quanto la reazione non avviene completamente, solo la
trasformazione di No3 in No2, occorrerà allora abbassare ancora il flusso. Se
invece tutto è Ok l’acqua dovrebbe uscire povera di O2, priva di NO2 ed NO3 ,
e ricca di azoto gassoso che una volta uscito si libera nell’aria. (ATTENZIONE
!!!! , se qualcuno volesse cimentarsi in questa impresa, è veramente importante
non attaccare direttamente il denitratore alla vasca con i pesci dentro, sia
H2s, sia gli No2 prodotti in questa delicata fase sono molto tossici, io
traffico con gli acquari da quando avevo 13 anni ora ne ho 40 ed una certa
esperienza, mi basta un colpo d’occhio per capire se in vasca qualcosa non và
, quindi se non si ha una certa
dimestichezza con le vasche, è meglio fare girare il tutto, in un secchio con
l’acqua di un precedente ricambio e aspettare finchè il i valori non si siano
stabilizzati.)
5)
Somministrare la giusta (e qui è solo questione di provare) quantità di
cibo per i batteri senza esagerare perchè se nel filtro ci sono pochi batteri
alimentare molto non servirebbe a niente.
6)
Pazienza e pazienza e ancora pazienza. Se il filtro non è maturo neanche
le due ultime azioni avranno effetto.
L’importanza
del tubicino di 25 m.:
Nel
tubicino viene (o dovrebbe essere) consumato tutto l’ossigeno da parte dei
batteri aerobi che si insediano all’interno dello stesso, se non ci fosse il
tubicino, l’acqua arriverebbe al denitratore ancora ricca di ossigeno e per
avere l’abbattimento direttamente dentro il denitratore stesso sarebbe
necessario un tempo di permanenza dell’acqua, nel suo interno, ancora maggiore
. Probabilmente 25 metri sono troppi ma “melius abundare “ dato l’esiguo
costo.
Il
potenziale redox:
Tutti i filtri denitratori
per funzionare bene dovrebbero avere al loro interno un potenziale redox
compreso fra -50 mV e -200 mV. Il punto più critico è quindi la velocità con
cui l'acqua attraversa il filtro: se passa acqua troppo velocemente il
potenziale redox si alza e la riduzione si ferma a metà strada e si ha così
una produzione di nitriti (invece di azoto gassoso) se l'acqua passa troppo
lentamente il potenziale redox si abbassa e si ha la formazione di anidride
solforosa. E' necessario quindi verificare frequentemente i valori dell'acqua in
uscita dal denitratore regolando il numero di gocce al minuto da far entrare nel
filtro. Sistemi sofisticati infatti usano un sistema controllato da una sonda
collegata ad un misuratore di potenizale redox.
Impostando lo strumento su un valore di circa –175 mV, quando il
potenziale redox scende sotto questa soglia il flusso dell'acqua al filtro viene
interrotto da un'elettrovalvola, quando il potenziale redox sale oltre il valore
set viene ripristinato. In questo modo nel filtro denitratore avremo sempre un
potenziale redox compreso fra -175 mV e -125 mV (quando viene interrotto il
flusso dell'acqua il redox continua a salire per inerzia ma senza mai salire
oltre i -125 mV la stessa cosa al contrario ma più limitatamente quando il
flusso viene ristabilito). Questo sistema permette quindi di lavorare in maniera
completamente autonoma e priva da ogni necessario controllo.
I
miei errori:
Gli
errori da me commessi, come ho potuto constatare solo in seguito, sono quelli
comunissimi e banalissimi che possono essere compiuti da chi si accosta per la
prima volta a questo tipo di sperimentazione. Da prima ho avviato il filtro
facendolo girare con un flusso molto alto in una vasca a parte; dopo 20 gg
vedendo che non succedeva nulla l’ho attaccato all’acquario e ho iniziato ad
alimentare con glucosio, poi ho sospeso perché l’acqua cominciava ad assumere
un colore giallino e si formavano strane bolle di fermentazione (1° errore: il
filtro cominciava a costituire la prima flora batterica ed io l’ho bloccata
sospendendo l’alimentazione) contemporaneamente misuravo i valori e vedendo che vi erano tracce di nitriti
(anche questo è normale in fase di attivazione) diminuivo il flusso. Dopo
qualche giorno misuravo i valori e vedendo che i nitriti erano scesi mi
tranquillizzai (2° errore, gli No2 erano scesi perché avevo sospeso
l’alimentazione e quindi bloccato la reazione). Trascorso un mese la
situazione rimase statica. Aspettai qualche miglioramento senza fare nulla (3°
errore), confortato dal fatto che avevo letto che nel marino erano necessari
diversi mesi perchè il filtro si attivasse, solo in seguito mi resi conto che
la situazione era del tutto statica e dovevo fare qualcosa. Presi allora a
diminuire il flusso in uscita fino all’inverosimile aspettandomi produzione di
H2S, ma nulla non succedeva nulla (4° errore: il mio filtro non dava risposte
adeguate in quanto non stava funzionando per niente, era in pratica un 2°
biologico). Ripresi ad alimentare con dosi massicce di acqua e glucosio (4 °
errore) non ma non conoscendo le giuste dosi, ottenni solamente una fantastica
esplosione batterica, con il risultato che l’acqua della vasca diventò
lattiginosa per 2 gg.. La formazione batterica può essere pericolosa per i
pesci in quanto causa scarsità di ossigeno, in quanto i batteri tendono a
“bruciarlo” tutto. Nulla di grave comunque se si ossigena energicamente; in
compenso le attinie sembravano pompate con estrogeni (avevo letto da qualche
parte che si cibano di batteri). Misurati i valori in uscita di No3 ed No2 erano
schizzati alle stelle, tacche rossssssssssse; bene sapevo che qualcosa si stava
muovendo il picco di valori infatti è perfettamente normale nella prima fase di
attivazione del filtro, che per questo è molto delicata. Attesi ancora qualche
giorno abbassando il flusso in uscita a 1 goccia al secondo. Dopo circa una
settimana sentii odore di H2s in uscita, misurai i valori No2=0 ed No3=0 . Bene
finalmente era partito. A quel punto ho aumentato il flusso e nei successivi
giorni ho cercato le giuste regolazioni in modo da ottenere il massimo flusso
possibile con la minore quantità di No2 ed No3.
Il
mio denitratore:
Passiamo
ora a spiegare come è stato realizzato e come funziona.
Il mio
denitratore è un denitratore a “tubicino” realizzato secondo un progetto
originario di Andrea Varisco (detto MioMao) poi modificato da Giulio Tarascio
che ringrazio per le spiegazioni datemi (qui
il link
Progetto
di un denitratore), ed infine
realizzato da me con ulteriori modifiche per le mie specifiche esigenze.
Diciamo
che è un parallelepipedo di vetro 45 x 15 x 13.5, con una percola centrale, i
due scomparti sono perfettamente simmetrici (il flusso in origine poteva essere
invertito). Dopo aver tagliato il vetro (ho usato vetro da 7 mm di
spessore), ho incollato i due laterali piccoli con uno dei due più grandi ed il
fondo, ho inserito la percola centrale, poi ho incollato l’ultimo lato grande.
Come materiale per il substrato dei batteri ho usato argilla espansa e nella
parte alta 15 cm di conchiglie tritate a media pezzatura che mi sono servite per
evitare che le palline di argilla, in quanto tendono a galleggiare, potessero
ostruire uno dei fori di entrata o di uscita del denitra, mentre nella parte
bassa andrebbe lasciato uno spazio di 5 cm vuoto per consentire di mescolare
meglio l’acqua, (io non l’ho fatto, ma sarebbe meglio farlo). Riempito il
tutto sono andato dal vetraio per farmi fare il tappo (sempre di vetro)
superiore ove ho fatto praticare i due fori, uno per l’entrata e l’altro per
l’uscita. Una volta inseriti nei due fori due beccucci a 45 usati per
l’irrigazione li ho incollati al vetro con colla bicomponente e quando si è
asciugato il tutto, ho incollato il tappo creando quindi il parallelepipedo. A
quel punto ho collegato il tubo di entrata e l’altra estremità l’ho immersa
in un secchio d’acqua prelevata dall’acquario e dall’altra parte (uscita denitratore) ho collegato un altro tubicino, quindi ho succhiato fino a riempire
completamente il denitratore. Questa è stata la realizzazione pratica. Devo
aggiungere che non ho pompa interna.
La
regolazione del flusso avviene mediante una T dove ad un innesto ho collegato la pompa sita in acquario (che deve avere una
prevalenza superiore al metro, questo è molto importante !!) e nei due restanti
ho collegato il denitratore e uno un rubinetto di plastica piuttosto ingombrante
ma efficace (che serve per evitare di tenere sotto sforzo la pompa) che ributta l’acqua
in “surplus” nella vasca; chiudendo o aprendo il rubinetto l’acqua passa
in maniera maggiore o minore attraverso il denitratore alla cui uscita ho messo
un piccolo rubinetto (quello usato per gli areatori) per una regolazione fine.
Riesco a regolare un flusso in uscita, che ha un range da poco meno di 4 ml al
minuto a circa 10 litri l’ora.
L’acqua
della pompa, subito dopo la T, corre attraverso 25 metri di tubicino in silicone
del diametro di 5 mm e poco prima di inserirsi nel denitratore passa attraverso
un pezzo di tubo in cui ho innestato un tubicino molto piccolo (diametro 3 mm)
con un angolazione a 45 gradi e un taglio in modo che si favorisse il risucchio,
a cui ho collegato il deflussore della flebo. Di recente ho inserito, in testata
del box, anche una valvola per eliminare la formazione di gas all’interno.
L’acqua
in uscita dal denitratore va a ricadere nel primo vano del biologico dove è
posizionata l’aspirazione dello schiumatoio.
Ecco
i disegni:

Alto
Fronte
e panoramica
Sinceramente
oggi non lo realizzerei più così, sto infatti pensando di costruirne un altro
basato sullo stesso principio ma costituito da un cilindro alto circa 90 cm e
diametro 13/15, (probabilmente è molto alto, ma stretto e lungo riesco a
collocarlo meglio, si può fare più basso a patto di aumentarne il volume, in
modo da garantire lo stesso tempo di permanenza dell’acqua nel suo interno) il
tubicino, che prevede l’entrata dell’acqua, una volta attraversato nel tappo
dovrà percorrere tutta la lunghezza del cilindro fino al fondo, sicuramente
metterei una pompa per il ricircolo interno, come materiale userei molte più
conchiglie questa volta, perché ho visto hanno una resa migliore, ed infine sul
tappo ricaverei l’uscita. Qui la valvola per l’eventuale sfogo dei gas
sarebbe superflua. Come si può vedere molto più semplice nella realizzazione e
sicuramente meno complesso nella gestione, infatti il modello precedente a
paratie ha l’inconveniente (se non fatto lavorare sotto pressione) della
formazione di gas nel primo scomparto che non trovando uscita, abbassa il
livello di una colonna diminuendone di conseguenza il volume disponibile.
Problemi:
I
maggiori problemi finora riscontrati sono fondamentalmente due. Uno
dovuti alla difficoltà di regolazione iniziale (cioè nel primo periodo
necessario a far maturare il filtro) del flusso di scorrimento dell’acqua
all’interno del box, in quanto data l’esiga portata dello scorrimento
dell’acqua è molto difficile effettuare regolazioni durature, che non
necessitino continuamente di aggiustamenti, in quanto il sistema è soggetto a
continue sregolazioni.
Altro
problema fondamentale è quello legato all’alimentazione dei batteri, infatti
a meno di non usare costosissime pompe dosatrici, il sistema finora usato è
quello della flebo, ma tale accorgimento è completamente instabile e difficile
da regolare, il flusso infatti non è mai costante e comporta anch’esso
frequenti ritocchi.
Risultati:
Attualmente
sono riuscito a portare l’uscita a NO3 = 0 e No2=0 ma il flusso è ancora
troppo basso e riesco a ricavare ancora solo pochi litri al giorno.
Conclusione:
“sarebbe ora”
Questo
mio articolo, non vuole essere un trattato sul denitratore ne tantomeno una
pretenziosa o noiosa lezione sull’argomento (non me lo potrei nemmeno
permettere), ma semplicemente una sorta di raccolta di notizie e del materiale
più significativo che, riuscirebbe sicuramente utile a quanti come me
potrebbero dover affrontare il problema in questione e che potrebbero essere
fuorviati dalla moltitudine di notizie che si leggono in rete che, se non
opportunamente “filtrate” e organizzate, porterebbero, come è successo a
me, ad effimere illusioni e ad una inevitabile confusione di idee. Una guida
quindi ed un racconto sulla mia personale esperienza con quest’oggetto che ha
messo a dura prova la mia pazienza ma che sono sicuro col tempo ripagherà
sicuramente.
p.s.
Un ringraziamento particolare va a Giovanni Camera Roda perchè
nonostante lo abbia tempestato con le mie e-mail mi ha sempre puntualmente
risposto, dandomi ogni volta ottimi consigli senza i quali forse non ce
l’avrei fatta.
Antonello
Cau (Sassari) inverno
2002
Premessa:
“Caro se avevi tanto tempo da dedicare ai tuoi hobby perché
hai comprato un acquario ? bastava il
denitratore !”
Penso
che questa simpatica battuta, renda
l’idea dell’impegno e della costanza
che siano necessari per mettere a punto un
sistema soddisfacente e quantomeno
funzionante.
Ritengo
necessario comunque affermare che non
sempre è giusto e corretto quello che si
è detto sui filtri denitrificatori,
spesso snobbati o ritenuti responsabili di
chissà quali arcani pericoli.
In
effetti l’intera gestione di questo
filtro diventerebbe molto più agevole se
coadiuvata dall’utilizzo di una sonda ed
un controller redox.. Questi due
strumenti, oltre che permettere un
monitoraggio del filtro in continuo ed in
completa autonomia, consentono di
utilizzare il filtro denitrificatore ad
“acqua ferma” sistema che, come ormai
assodato, fornisce i migliori risultati,
permettendo una rimozione dei nitrati in
maniera pressoché completa e con rischi
ed interventi quasi ridotti a nulla;
I sistemi ad acqua ferma:
Si
parla di “acqua ferma” non perché
l’acqua resti immobile all’interno del
filtro (al contrario si muove
eccome, visto che nella stragrande
maggioranza dei casi si utilizza una pompa
di ricircolo),
ma perché a differenza che nei
sistemi a flusso continuo, l’acqua non
entra ed esce liberamente, ma resta
“intrappolata” al suo interno per un
certo lasso di tempo.
In
pratica il funzionamento è piuttosto
semplice: si tara lo strumento a circa
–170 mV, l’acqua con l’aiuto di una
pompa o tramite un elettrovalvola entra
nel box e (movimentata da una pompa di
ricircolo) vi rimane fintanto che il suo
potenziale redox non raggiunge il limite
impostato, (a questo punto siamo certi che
nell’acqua non sono più presenti no3, nè
sono presenti altri elementi dannosi quali
anidride solforosa, co2, etc.), in questo
momento e solo
in questo momento il controller fornisce
il consenso alla pompa per spingere
l’acqua fuori dal filtro ed effettuare
un nuovo ciclo. Quindi, come si può
notare, un metodo completamente
automatizzato che concede poco ai rischi
di produzione di ammoniaca, nitriti o
anidride solforosa e che risulta
particolarmente agevole nella conduzione.
I sistemi a flusso continuo:
Al
contrario, utilizzare un denitratore senza
questi due accessori, per chi non è molto
esperto, è un pò come guidare al buio;
non si conosce il potenziale redox che si
sviluppa all’interno del box di
conseguenza si rischia di ricadere
inevitabilmente nei problemi cui si
accennava prima. Del resto sonda e
reddoxomentro sono piuttosto costosi o
quantomeno impossibili da costruire.
Certamente è questo il motivo che ha
condotto i più a trattare con poco
interesse l’argomento.
Ciò nonostante
anche un sistema a flusso continuo, pur
con qualche difficoltà in più, è
perfettamente utilizzabile e, se ben
strutturato e congegnato fin
dall’inizio, può garantire una certa
sicurezza d’uso, diventando col tempo un
accessorio davvero soddisfacente tanto che
ora, dopo l’esperienza accumulata e i
risultati ottenuti, non potrei nemmeno
immaginare di possedere una vasca senza
usare un denitratore. Ad oggi i nitrati
nella mia vasca si sono ridotti pressoché
a zero nonostante abbia un carico
biologico altissimo e gli interventi siano
ormai diventati sempre più radi.
E’
possibile infatti, dosando con estrema
regolarità l’alimentazione per i
batteri e regolando con estrema precisione
un flusso costante in uscita, ottenere una
denitrazione con valori che nulla hanno da
invidiare
a quelli ottenuti coi sistemi più
sofisticati di cui si accennava prima,
anzi i risultati sono esattamente gli
stessi, l’unica differenza è che nel
sistema a flusso continuo è necessario
monitorare spesso (di persona non potendo
contare su nessun tester) questi due
parametri che risultano estremamente
instabili oltre che fortemente collegati
fra loro; un alimentazione eccessiva
comporta infatti uno sviluppo ipertrofico
dei batteri e delle mucillagini che
tenderanno ad intasare in pochissimo tempo
il filtro, pregiudicando quindi anche il
flusso in uscita.
Il vecchio sistema.
Il mio primo denitratore, come ebbi già modo di
spiegare nel primo articolo, non era certo
scevro da difetti. Un box provvisto di una
paratia centrale ma perfettamente chiuso
ermeticamente, non poteva funzionare a
dovere in quanto i gas che si formavano
nella prima sezione, non trovando via
d’uscita, creavano
pressione interna impedendo
all’acqua di entrare. Questo è forse il
limite maggiore del progetto originario
(non mio), tanto che dopo circa un anno
dalla sua realizzazione, stanco dei
continui interventi, mi decisi a riaprire
il box ed eliminare completamente la
paratia centrale. Posso affermare che,
dopo tale operazione, siano cessati in
maniera quasi istantanea tutti i variegati
malfunzionamenti del filtro e i problemi
legati ai gas. Conseguentemente il flusso
in uscita si è stabilizzato (anche se non
ancora perfettamente), il denitratore ha
cominciato a svolgere efficacemente il suo
compito ed a funzionare talmente bene da
far trascorrere un intero inverno senza
che sia stato necessario eseguire alcuna
manutenzione.
L’importanza della pompa di ricircolo:
Così finalmente
compiaciuto dei risultati ottenuti, ma non
ancora del tutto soddisfatto, sono partito
con l’idea di costruire un secondo
denitratore che fosse meno semplice nella
realizzazione, ma più facile da gestire.
L’idea
fondamentale da sviluppare era quella
accennata nel primo articolo; costruire un
modello di filtro denitrificatore con
pompa di ricircolo interna, che potesse
ovviare all’inconveniente tipico dei
denitrificatori che ne sono privi e cioè
il frequente intasamento interno, ma con
tre enormi vantaggi: innanzitutto
utilizzare in maniera più proficua il
volume a disposizione nel filtro, in
quanto tutti i punti all’interno della
camera sono abbastanza uniformemente
coinvolti dalla miscelazione. In secondo
luogo e come conseguenza di questo
aspetto, evitare le così dette zone
stagnanti le quali, oltre che comportare
un eccessiva formazione di gas nocivi, non
permettono una completa denitrificazione
in quanto l’acqua all’interno del box
trovando sempre delle corsie preferenziali
non utilizza tutto il materiale di
substrato a disposizione ma solo parte di
esso e quindi viene coinvolta in minore
quantità nel processo di
denitrificazione. Ed infine, per ultimo ma
non in ordine di importanza, vi è il
fattore dell’inibizione e/o riduzione
del film stagnante che circonda i batteri,
noto anche come strato limite, che dovendo
essere necessariamente attraversato,
impedisce alle sostanze nutritive di
restare a diretto contatto e quindi
facilmente a disposizione dei batteri.
Oltretutto un filtro così strutturato, a
parità di volumi, mi avrebbe permesso di
ottenere una resa maggiore rispetto al
sistema fin’ora utilizzato.
Risolta, con la
realizzazione di una pompa dosatrice:
(http://www.aiam.info/tecnica/Ac_pompa_dosatrice.htm),
la prima delle due grosse la difficoltà
cioè la somministrazione costante di
alimento per i batteri, sono sempre stato
convinto che anche il secondo problema
potesse essere affrontato e concluso
positivamente.
Nei denitratori a
flusso continuo la difficoltà legata
all’irregolarità del passaggio
dell’acqua in uscita, che una volta
regolato tende quasi subito a modificarsi,
è facilmente spiegabile dal fatto che lo
stesso flusso ha per definizione una
portata molto bassa (siamo nell’ordine
di 1–3 gg al sec.) di conseguenza la
spinta che l’acqua riceve per uscire dal
box è molto debole e non riesce a vincere
le inevitabili resistenze che l’acqua
incontra nel percorso d’uscita,
resistenze dovute a molteplici fattori,
alcuni costanti ma altri del tutto
imprevedibili e discontinui, come la
formazione di gas o di mucillagini.
La soluzione quindi
sarebbe quella di corredare il filtro di
una pompa di ricircolo interna che,
rimescolando continuamente l’acqua al
suo interno eviterebbe la crescita
eccessiva delle mucillagini batteriche e
l’intasamento del materiale di
substrato, inoltre l’acqua avendo una
velocità di movimento relativamente
elevata (si parla di circa 650 l/h)
fornirebbe al flusso d’uscita una spinta
decisamente più cospicua tanto da vincere
le resistenze cui si accennava prima.
L’unico elemento
da affrontare e da studiare con estrema
cura sarebbe (ed è stato) quello relativo
alla collocazione della pompa di
ricircolo, il cuore dell’intero sistema,
in modo da renderla facilmente
ispezionabile senza dover smontare tutto
il filtro, e da alloggiarla in una
posizione adeguata e tecnicamente idonea
al suo scopo. Questo è forse l’aspetto
che mi ha impegnato di più o meglio che
ha richiesto un maggior dispendio in
termini di tempo non avendo trovato subito
il giusto assetto e che mi ha costretto a
diverse configurazioni con relative
modifiche non solo strutturali ma anche
progettuali dell’intero filtro.
Insomma dopo aver
preso in considerazioni svariate soluzioni
teoriche, sono passato nella pratica
attraverso fasi alterne in cui la pompa
non veniva sfruttata al meglio o che
al contrario svolgeva bene un
compito ma non ne svolgeva altri
complementari e altrettanto importanti.
Quindi dopo aver realizzato diversi
prototipi ho finalmente trovato i giusti
equilibri e concluso l’assemblaggio
finale di questo nuovo filtro che sta
ormai funzionando da qualche mese e che
sembra proprio avere risolto i problemi e
sopperito alle carenze del primo denitratore.
Per
dovere di cronaca e visto l’entusiasmo
di molti che hanno letto il primo articolo
mi sembrava quindi giusto e doveroso
illustrare come ho realizzato anche questo
secondo filtro denitrificatore.
Il nuovo denitrificatore:
Il
nuovo denitrificatore è costituito da un
tubo cilindrico in pvc, da due tappi, da
una pompa di ricircolo esterna posizionata
sul tappo (che aspira l’acqua
dall’altro e la ributta in basso
attraverso un tubo in pvc da 18 mm), da
due comparti vuoti di 5 cm uno superiore e
uno inferiore, da due griglie (superiore e
inferiore) che separano i comparti vuoti
dal materiale di substrato e da
quest’ultimo
costituito da conchiglie tritate e
dall’ormai fedelissima argilla espansa.
Ecco
lo schema:
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Ed eccolo assemblato.
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Il
principio di funzionamento è
intuitivo: L’acqua entra
dall’alto, l’ugello d’entrata
è infatti
posizionato
sull’aspirazione della pompa di
ricircolo. Questo sistema di entrata
è senz’altro il migliore, infatti
nonostante in un primo momento mi
sia ostinato con un ingresso in
basso, dopo vari esperimenti ho
potuto constatare che, come anche in
altri denitrificatori, la posizione
ottimale per l’entrata sia proprio
sull’aspirazione della pompa, in
quanto mediante un taglio
trasversale e un adeguato
orientamento dell’ugello, si
ottiene “l’effetto risucchio”
che favorisce l’ingresso
dell’acqua all’interno del
cilindro. L’acqua così non entra
direttamente nel box, ma prima
risucchiata, viene sospinta in basso
attraverso il tubo esterno da 18 mm,
entrata nel cilindro in basso,
incontra la camera vuota di 5 cm,
attraversa la griglia e risucchiata
verso l’alto dalla depressione
interna della pompa di ricircolo,
attraversa tutto il materiale
filtrante, conchiglie, argilla e
ancora conchiglie e attraversata
quindi la griglia superiore, viene
sospinta nuovamente verso il basso
per ripetere il loop. Solo una
piccola parte di essa uscirà dal
box e potrà ritornare in vasca.
Ma
andiamo nei dettagli:
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Il corpo è stato
realizzato con un cilindro in pvc,
un materiale che permette maggiore
duttilità rispetto al vetro, il
cilindro altro non è che un tubo da
140 di quelli usati per
l’edilizia. Tale involucro
cilindrico presenta due tappi a
vite, che ne garantiscono una
perfetta tenuta stagna. Tali tappi sono i così detti pozzetti d’ispezione (come vengono
chiamati propriamente) costituiti da
una corona filettata da incastonare
sul tubo e dal relativo tappo
anch’esso filettato.
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Per
ottenere facilmente la tenuta stagna,
prima di avvitare il tappo inferiore, ho
cosparso nella filettatura un cordone di
silicone. Tale accortezza, oltre che
efficace (tanto da non riuscire a svitare
il tappo nemmeno con notevole forza),
risulta la più ovvia in quanto questo
tappo inferiore, una volta fissato, non
necessita di essere mai svitato dovendo
rimanere permanentemente “saldato” al
cilindro.
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Altra cosa è il tappo
superiore, in quanto questo deve
permettere, svitandolo, una facile
ispezione dei corpi immersi, che col
tempo (anni) posso tendere ad
intasarsi o quantomeno necessitano
di essere puliti. In questo caso
quindi ho dovuto inserire alla fine
della filettatura una guarnizione
che mi garantisce la tenuta.
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La pompa è stata
collocata esternamente, in alto,
proprio sopra il tappo;
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Sono
ben visibili sia l’entrata, posta
proprio sull’aspirazione della pompa e
l’uscita che sta sul tappo. E’
importante che l’aspirazione sia un
po’ più bassa rispetto al livello
dell’acqua, in modo da non aspirare nel
circuito il gas di formazione, che invece
deve uscire liberamente dall’ugello di
scarico che porta l’acqua in vasca.
Ciao
By
Antonello Cau
Estate
2003
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