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Delfini in pericolo

Postato in Alloctoni, strani e poco conosciuti

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Leggende di tempi lontanissimi narrano l’intimo rapporto che nei secoli ha legato il delfino all’uomo, secondo il mito, il patto d’amicizia che lega il genere umano a quello di questi stupefacenti cetacei fu suggellato dal dio del mare in persona, Poseidone, egli si trasformò in delfino per congiungersi con Melanto,  dalla quale nacque l’eroe Delfo che fu re della città greca che da lui prese il nome, Delfi. Ma oggi questo patto sembra infranto e la maggior parte dei cetacei nei nostri mari è in pericolo, fra questi il più grave è il delfino comune (Delphinus delphis).

Una specie da lista rossa

2Il delfino comune, come tutti i delfini, appartiene all’ordine dei cetacei, mammiferi adattati alla vita in mare, e più in particolare agli odontoceti, cetacei che, a differenza delle balene, sono provvisti di denti. Si tratta del più piccolo dei delfini mediterranei, raggiunge i due metri, molto più piccolo del cugino  tursiope (Tursiops truncatus), lungo sino a cinque metri, più celebre perché presente praticamente in tutti i delfinari.

A differenza di quello che potrebbe suggerire il nome non si tratta del più comune dei delfini nel mare nostrum, o per lo meno non più, infatti, questa specie pur essendo molto diffusa nei mari tropicali, nel Mediterraneo rischia l’estinzione, mentre nell’alto adriatico, nelle Baleari, nel bacino provenzale e, dall’estate del 2007,  nel Mar Ligure è già stata praticamente documentata la sua scomparsa. Sino alla metà del novecento questo piccolo delfino, dall’aspetto aggraziato  e dalla splendida livrea, era molto diffuso,  lo dimostrano la letteratura e le collezioni museali e lo stesso nome della specie, ma dagli anni 70 in poi il declino della popolazione è stato drammatico. Ormai è di gran lunga più diffusa la stenella (Stenella coeruleoalba), un altro piccolo delfino che sta sostituendo il delfino comune probabilmente perché più resistente.

La precarietà di questa specie nel mediterraneo è dimostrata anche dal fatto che la popolazione è stata inserita già nel 2003, dall’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura (IUCN), nella famosa Lista Rossa degli animali più minacciati, dichiarandolo "in pericolo".  Oltre all’ingresso nella celebre lista rossa nel Novembre del 2005 questo cetaceo ha raggiunto il più alto grado di protezione possibile entrando nell'Appendice I della Convenzione sulle specie selvatiche migratorie (CMS). Purtroppo a tutt’oggi però l’impegno degli stati per la conservazione è ancora scarso, basterebbe solo applicare alcune semplici norme per tutelare questo mammifero visto che i molteplici fattori che hanno portato a questo dramma sono  tutti, purtroppo, legati alle attività umane.                       

L’influenza di vari cause, come l’eccessivo sforzo di pesca sulle specie alla base dell’alimentazione di questo delfino,  catture accidentali dovute soprattutto all’utilizzo di reti come spadare derivanti, il degrado generale dell’habitat dovuto all’inquinamento e l’intensissimo traffico navale hanno fatto si che questa fragile specie si sia rarefatta sempre più e in alcune zone sia scomparsa per far posto a competitori migliori. Le uniche aree che a oggi ospitano gruppi stanziali di delfino comune si trovano nell’isola di Kalamos nel  Mar Ionio e, unico sito nei mari italiani, a largo dell’isola d’Ischia nel Mar Tirreno.

Il Regno di Nettuno ultimo paradiso italiano per il delfino comune

L’isola verde dell’arcipelago campano è rimasto l’ultimo baluardo per il delfino comune nei mari italiani, dal 1997 a oggi uno studio ha rivelato che non solo si tratta di un’area dove questo mammifero marino è stanziale, ma anche che si tratta di un sito di riproduzione, in quanto sono stati spesso osservati gruppi con cuccioli. L’area a nord di Ischia presenta una fitta rete di canyon sottomarini tra cui il più esteso e profondo, con i suoi 800 metri di profondità massima,  è definito canyon di Cuma, questi grossi spacchi nel fondale, identificabili come valli sottomarine, grazie a fenomeni di sedimentazione e idrodinamici creano un habitat molto particolare e ricco di biodiversità, un luogo ideale per la proliferazione di molte specie di cetacei, tra cui la balenottera comune, la stenella, il tursiope, il capodoglio, il grampo e il nostro rarissimo delfino comune.                                    

3La presenza dei delfini comuni anche prima dello studio, ancora in atto, è stata confermata dai pescatori locali, infatti, sin dai primi del secolo scorso i pescatori partenopei erano soliti seguire le così dette “fere bbone”, nome dialettale che indica questo mammifero, che radunavano il pesce azzurro (soprattutto castardelle) in “palle” permettendo ai pescatori di accerchiarlo e catturalo con le reti a circuizione. Secondo alcuni anziani uomini di mare del comune di Forio d’Ischia i pescatori ringraziavano i cetacei concedendogli una piccola parte del pescato in segno di gratitudine. L’abilità di questo cetaceo di “collaborare” con i pescatori napoletani gli ha valso l’epiteto di “bbona”, buona, in contrapposizione a quello di “malamente”, cattiva, invece riferito alla stenella.                          

Il canyon di Cuma è però un habitat a rischio per il delfino comune e, come tutti gli altri posti del mediterraneo dove questo delfino è presente, è stato dichiarato critical habitat per la specie in Mediterraneo dall´IUCN, anche per questo la zona entrerà a far parte dell’area marina protetta (AMP) il Regno di Nettuno che comprenderà oltre all’isola d’Ischia anche quella di Procida e Vivara. Si tratterà della prima AMP ad avere un’area di protezione pelagica vasta, una specie di piccolo santuario dei cetacei, che comprenderà il canyon di Cuma e dove sarà vietate la pesca industriale, sembra quindi aprirsi una speranza concreta per essere i primi in Mediterraneo a prendere misure tangibili per la conservazione di delfino comune.

Tutela solo sulla carta?

I tempi in cui i marinai dell’antica Grecia erano salvati dai delfini e anche quelli più vicini in cui i pescatori guidati dal delfino “buono” sembrano finiti, il delfino comune mediterraneo sembra abbia imboccato una strada senza via d’uscita.  Eppure l’Italia e gli altri stati dell’area mediterranea avevano firmato nel 2001 l'Accordo per la Conservazione dei Cetacei del Mar Nero, del Mediterraneo e dell’Area Atlantica Adiacente (ACCOBAMS) e nel 2005 in Italia veniva varata  una legge che lo ratificava, incluso in questo  accordo vi era necessariamente anche il delfino comune e nonostante questo a tutt’oggi si è fatto poco o nulla per la conservazione di questo raro cetaceo. Secondo l'accordo, gli stati ratificanti avrebbero dovuto varare norme specifiche sulla pesca eccessiva e le catture accidentali nelle reti, avrebbero dovuto verificare l'impatto delle attività umane, intensificare la vigilanza, instaurare un pronto intervento in caso d’esemplari feriti o malati e creare aree apposite di protezione. 

4Buoni intenti sulla carta ma l’impegno per la tutela è ancora scarso, basti pensare che non sono neanche fatte rispettare le leggi già vigenti atte alla conservazione, un esempio lampante è dato dalle reti derivanti per il pesce spada, tristemente note per avere un alto impatto sui Cetacei, vietate nel Mediterraneo dalla comunità europea, vengono ancora utilizzate fraudolentemente da molti pescatori, ma anche da molti paesi mediterranei che non applicano questa legge perché non appartenenti alla comunità europea. Molto importante e ormai urgente è agire per la conservazione dell’ambiente di questa rara specie, bisognerebbe diminuire lo sforzo di pesca, pescando meno e meglio, sarebbe necessario diminuire ogni tipo di inquinamento, compreso quello sonoro ormai noto  disturbatore di tutti i cetacei, occorrerebbe creare aree protette apposite per la salvaguardia e ottenere maggiori informazioni sulle dinamiche delle popolazioni di delfino comune tramite metodi di ricerca come la fotoidentificazione. In ultima sede bisognerebbe promuovere campagne di sensibilizzazione e l'educazione ambientale nelle scuole ed educare al rispetto naviganti e diportisti, un caso emblematico avvenne il 27 Agosto del 2000 a Ischia in località Lacco Ameno, una ventina di grampi (Grampus griseus) rischiò di spiaggiarsi sull’arenile perché letteralmente circondati e spinti in acqua bassa da più di 400 imbarcazioni!

Il destino del delfino comune mediterraneo, esule di un mare che non sembra più suo, è quindi oggi nelle mani di tutti e non solo in quelle delle popolazioni rivierasche che in un futuro prossimo potrebbero avvalersi della bellezza e la rarità di questo mammifero per veicolare un turismo sostenibile e economicamente vantaggioso.

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Differenze tra Stenella e Delfino comune

 

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