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Evdokia II

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Endokia in porto a Chioggia, Foto di Piero Mescalchin

Nome

Evdokia II

Tipo

mercantile

Nazionalità

greca

Stazza lorda

1.437 tonnellate

Causa affondamento

collisione con cargo Philippos (Honduras)

Data affondamento

07 Marzo 1991

Carico

3.000 tonnellate di lamiere di ferro in coils

Lunghezza

100 metri

Larghezza

14 metri

Equipaggio

9 uomini

Morti

nessuno

Profondità minima

17 metri

Profondità massima

28 metri

Fondo

sabbia

Distanza da riva

6 miglia

Luogo

Chioggia(Ve)

 

 

Evdokia_ponte_di_comando.jpg (9774 byte)

Evdokia_ponte_di_comando1.jpg (13514 byte)

Ponte di Comando - Foto di Piero Mescalchin

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Il mercantile poco dopo l'affondamento

Foto di Piero Mescalchin

Falla dopo la collisione

Foto di Piero Mescalchin

 

La storia

Una fiducia eccessiva nella moderna tecnologia determinò nel marzo del 1991 l'affondamento del mercantile greco Evdokia II, causato da una collisione nella nebbia a circa 6 miglia da Chioggia. Nonstante il radar di bordo, improvvisamente il PHILIPPOS, un vecchio cargo dell'Honduras, ne squarciò il fianco sinistro ed in pochi istanti i 9 membri dell'equipaggio dovettero gettarsi nelle gelide acque del mare Adriatico. Fu poi lo stesso cargo che li recuperò. Il mercantile si adagiò verticalmente su di un fondale di 24 metri. L' EVDOKIA II era salpata dal porto bulgaro di  Bargos nel mar Nero e stava  navigando in direzione del porto di Venezia. Trasportava 3.000 tonnellate di  lamiere di ferro in  coils. Il pesante carico ha fatto sprofondare il mercantile nel fondale melmoso di ben 5 metri! 

 

Evdokia_spirografo.jpg (19698 byte)

 

Una murata  ricoperta di vita ed uno dei ponti (Foto di Marco Costantini)Evdokia_ponte.jpg (12835 byte)

Il relitto

Il relitto adagiatosi su un fondale di 24 metri costituiva un serio pericolo per la navigazione a causa delle sue strutture più alte che raggiungevano quasi la superficie (la cabina di comando era a -3mt), quindi venne smantellato il castello di poppa e trasferito a 50 metri dal relitto. Ora la parte meno profonda è situata a circa -15 mt. <Vedi disegno> Il carburante dei serbatoi venne completamente aspirato per scongiurare un eventuale pericolo di inquinamento. Sono stati recuperati nel 1993 anche i rotoli di lamiere liberando le stive di carico che sono ora visitabili, come i corridoi del ponte equipaggio che sono praticabili senza pericolo.
Dopo circa 3 mesi si notava già l'azione di organismi incrostanti; attualmente hanno letteralmente ricoperto tutta la nave anche nelle zone dove era presente l'antivegetativo. Le strutture della tuga a quota 17 metri ed il ponte di coperta a 20 metri sono incrostate di cozze, ostriche e da un numero incredibile di aneomoni del genere Aiptasia diaphana con molteplici varietà di colore. Le murate e le zone meno illuminate sono abitate da spirografi (Sabella spallanzani), in particolare nel punto del impatto attaccati a con il ciuffo in giù, e da spugne di un colore arancione intenso. Sul fondo, dove il fango da 23 metri sprofonda a causa del peso del relitto sono presenti molti cerianthus (cerianthus membraceus), tane di scampi ed alcuni molluschi del genere Atrina pectinata. A prua sulle murate in una piccola area vi è una comunità di Aiptasia diaphana albine di un colore bianco candido che contrasta con il colore blu della nave, in talune zone oramai completamente invisibile. Infine a poppa la grossa elica a -27 è il rifugio di branchi di merluzzi. Sopra la tuga è presente una Madonnina deposta in ricordo di una sfortunata immersione notturna; i relitti sono luoghi splendidi ma possono essere una trappola se visitati senza i dovuti accorgimenti ed attenzioni, specialmente nel visitare le zone interne a causa della grande quantità di sedimento presente. E' da considerare anche la presenza di reti per la pesca commerciale, rimaste impigliate nelle lamiere che possono essere molto pericolose.

Evdokia_aiptasia-diaphana.jpg (31133 byte)

 

Le Aiptasie, hanno scelto l'Evdokia come loro dimora (Foto di Marco Costantini)Evdokia_aiptasia-diaphana1.jpg (30956 byte)

L'immersione

Alle 12.00 di Sabato 9 giugno 2001 io e Marco Costantini abbiamo montato l'attrezzatura e caricata in barca. Siamo un po' indecisi se uscire per immergerci  perchè anche se il mare sembra calmo all'orizzonte sono presenti ammassi nuvolosi che non promettono nulla di buono. Comunque soffia un leggero vento di Scirocco che ci dovrebbe mettere al riparo dalle sorprese del tempo. Alla fine decidiamo di uscire, il sole fa capolino tra le nubi e l'aria e fresca, il mare è un po' formato ma niente che possa presagire ad un rientro prematuro. Dopo 20 minuti di navigazione siamo in vista della boa che segnala il relitto attaccata ad una cima sulla tuga a -17 metri. L'ecoscandaglio ne segnala la presenza come una grossa forma nera che sale dal fondo per parecchi metri. Ci leghiamo direttamente alla boa ed iniziamo le vestizione.
Ci vestiamo in barca a causa del mare e di un leggera corrente Nord-Sud. Scendiamo dalla catena della boa e siamo dopo pochi secondi sulla tuga ricoperta da aiptasie. Costeggiamo il lato di dritta del relitto dirigendoci verso prua, arriviamo al punto dell'impatto con il relitto onduregno, alla luce delle lampade appare una foresta di spirografi appesi alle lamiere ed alcuni merluzzi, subito sotto ci sono grossi cerianthus <Cerianthus membraceus> ed alcuni paguri scappano illuminati dai fari. Sul fango intorno al relitto si notano diverse specie di ofiuridi, in alcune zone sembra un tappeto. Oltre a bivalvi e pettini in un incredibile quantità e varietà; a volte si potrebbe passare un immersione a guardare solo un metro quadro di fondo. Il motivo di questa abbondanza è dato dal fatto che questi relitti permettono la vita a diverse specie di invertebrati , quindi i pesci vengono attirati dalla presenza di cibo. Altro motivo importante è che la pesca commerciale con le reti ed in particolare con le turbosoffianti che devasta i fondali dell'alto adriatico arriva solo a lambire queste zone per il rischio di non rimanervi incocciata, da qui il motivo della grande prosperità ed esplosione di vita.
Arriviamo alla prua imponente e sempre rimandendo in prossimità del fondo costeggiamo tutto il lato di sinistra fino a raggiungere, dopo alcune gru e lamiere abbandonate su di un lato, la grossa elica del battello parzialmente affogata nel fango. A volte è possibile vedere anche alcune corvine ma la loro presenza è qui piuttosto rara visto la gran quantità di sub che vi si immerge. Risaliamo fino al ponte dove inizia un corridoio e ci infiliamo dentro fino a raggiungere le stive, risaliamo e diamo un occhiata al grosso buco quadrato che porta alla sala macchine, è molto pericoloso entrarvi perchè il passaggio forma due curve a gomito che bloccano completamente il passaggio di luce dall'esterno inoltre la presenza di sedimento rende ulteriormente rischiosa la penetrazione. Noi ci limitiamo ad uno sguardo puntando i fari al suo interno dove scorgiamo solo le pensiline di accesso e le scale che si infilano nel buio pesto. E' ora di risalire,  la temperatura dell'acqua è piuttosto bassa (14°), anche se solo io ne risento perchè Marco è dotato di una muta stagna, e l 'aria nella bombola è prossima al limite della riserva. Inoltre scorgiamo guardando la colonna d'acqua che il mare è peggiorato e da sopra la tuga del relitto iniziamo a sentire anche se lievemente il moto ondoso. La risalità dalla catena è leggermente difficoltosa negli ultimi metri dove le onde si sentono e la barca legata dondola decisamente. Dopo la tappa di rispetto a 5 metri (non avevamo tappe di deco obbligatorie), siamo in superficie e vediamo il cielo plumbeo ed il sole è oramai un ricordo. Ripartiamo veloci verso la banchina, la temperatura si è abbassata e l'aria fresca si fa sentire, ma è un problema di poco conto perchè dopo 20 minuti siamo già alla foce del Brenta, e..... dopo 40 siamo già a tavola a mangiare, felici come sempre dopo una bella immersione.

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La nave gemella dell'Evdokia II.

Questa nave ha una storia curiosa sicuramente non meno sfortunata della sua  nave gemella, il nostro relitto. Essa ora giace abbandonata all'interno della laguna di Chioggia. Apparteneva ad un armatore russo e, come è accaduto per altri battelli dopo il crollo dell'impero sovietico, è stata abbandonata alla sua sorte. Per una curiosa coincidenza proprio a poche miglia dalla sua gemella affondata anni addietro.
Il mercantile arrivò anni fa nel porto di Chioggia ed al momento di pagare le tasse e le spese portuali l'armatore non venne più rintracciato abbandonando oltre al carico anche l'equipaggio che non seppe più che fare. Venne mantenuto per diversi anni dal comune di Chioggia e dalla popolazione e dalla Croce rossa che aiutò questi poveretti i quali non potevano nemmeno scendere dalla nave se non per poco tempo a causa della mancanza di visti e permessi. Ora l'equipaggio è stato rimpatriato ma il mercantile è ancora là ancorato in mezzo alla laguna leggermente piegato su di un fianco. Diversi sub abitanti nella zona tra i quali anche Marco Costantini hanno fatto richiesta alla capitaneria di porto di affondare il relitto creando un altra oasi artificiale  memori delle belle immersioni fatte sulla gemella, ma problemi burocratici ed ambientali (la legge prevede una pesante e quindi onerosa bonifica di tutta la nave da olii e carburanti) non hanno permesso di attuare l'opera, lasciando arruggine e deperire la nave in pochi metri di acqua.

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FLAVIO FAVERO
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