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Un tuffo nel blu … (Seconda parte)

Postato in Bio&Eco Marina di Paolo Balistreri

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Con un leggera calma ed uno sguardo indifferente, ci ritroviamo dinnanzi ad un bel gruppo di Diplodus sargus  (Linneo, 1758) (Fig.1) noto comunemente come “sarago maggiore”. Questi splenditi pesci amano dimorare sia sui fondali rocciosi che sulle praterie di Posidonia oceanica .

Diplodus sargus  (Linneo, 1758)

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Fig.1 . Esemplari di Sarago maggiore intenti ad una nuotata tranquilla su un fondale roccioso a pochi metri di profondità.

Il sarago maggiore, si distingue dagli altri saraghi per avere un ampia macchia codale nera e pinne impari (codale, anale e dorsale) con margine nero.  Il Diplodus sargus, si nutre principalmente  di piccoli invertebrati. 

 

Più in la, poco lontano da noi, appare un pesce molto amato dai pescatori e molto temuto dagli altri pesci, stiamo parlando della Ricciola (Seriola dumerili, Risso, 1810). La Ricciola (Fig.2), appartiene ai carangidi, pesci a cui appartengono ad esempio anche i  sugarelli (Trachurus trachurus (Linneo, 1758)) ed il pesce pilota (Naucrates ductor, Linneo, 1758).

 

Seriola dumerili (Risso, 1810)

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Fig.2. Esemplari di Ricciola, pesci che nella giovane età presentano una vistosa livrea giallognola.

 

La Seriola è un pesce che in giovane età vive sotto costa ed è comune osservarla predare insieme ad altri piccoli pesci. Gli individui adulti raggiungo notevoli dimensioni ed inoltre sono dei grandi predatori  che si muovono quasi in prossimità della superficie del mare.  Uno dei pesci di cui è ghiotta la Ricciola che viene utilizzato anche come esca è il Belone belone (Linneo, 1758), noto comunemente come Aguglia.

Ah! Un fulmine a ciel sereno! Avete avuto modo di ammirare lo scatto fulmineo di quella Sepia officinalis (Fig.3) Un esemplare di questo mollusco ha effettuato uno scatto fulmineo per afferrare un povero pesciolino mal capitato. La presa della povera vittima, viene effettuata con due braccia tentacolari che sono retrattili in due tasche interne. I calamari, altri molluschi cefalopodi molto comuni sul mercato, non sono invece presenti  due tasche dove raccolgono in posizione di riposo le loro braccia tentacolari che sono parzialmente retrattili.

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Fig.3. Sepia officinalis, intenta ad abbrancare un piccolo pesciolino con le proprie braccia tentacolari.

La Sepia officinalis, è un mollusco cefalopode che vive tipicamente su fondali sabbiosi dove si mimetizza molto facilmente grazie alla presenza dei  cromatofori che sono delle cellule pigmentate contrattili che grazie a delle fibre muscolari opportunamente collegate al  sistema nervoso, si rilassano o contraggono, facendo assumere una colorazione consona al momento in cui si trova l’animale in quel determinato momento. 

La Sepia officinalis (Fig.4),come Octopus vulgaris e Loligo vulgaris , se irritati, possono emettere un nuvola di nero per dileguarsi nel nulla di fronte alla possibile minaccia. Ecco! La nostra seppia si sta irritando! Ha assunto una tipica colorazione scura che di certo non è di buon segno.

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Fig.4. Seppia, che mostra un atteggiamento irritato, basta notare la sua colorazione che diventa particolarmente scura quando si sente in un qual modo minacciata.

 

Comunque, una volta che ci siamo, spendiamo pure  due parole anche sul Loligo vulgaris (Lamarck, 1798) o comunemente calamaro (Fig.5), di cui non abbiamo ancora parlato.

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Fig.5. Calamaro irritato, pronto ad uno scatto per allontanarsi da una possibile minaccia.

Il calamaro è un mollusco appartenente ai Teuhida, vive in branchi, in ambiente pelagico, ma anche in prossimità della costa. Questi animali dal corpo slanciato, hanno delle pinne che occupano i 2/3 dei lati del tronco. La loro conchiglia, differentemente ad esempio da quella della Sepia officinalis che è composta da carbonato di calcio è cornea ed ha una forma di gladio (Il gladio è un’antica spada utilizzata dai gladiatori romani nell’arena). Il fatto di attaccare le uova su substrati solidi, può esser un elemento in comune tra Seppia e Calamaro nel modo di gestire i futuri nascituri, anche se volendo essere ancor  pignoli, possiamo fare una distinzione dell’uova a partire dell’aspetto. Le uova di Calamaro (Fig.6) sono contenute in  capsule gelatinose biancaste, invece le capsule ovigere di Seppia, comunemente note come uova di Seppia (Fig.7), rassomigliano a degli acini di uva nera con una consistenza coriacea. Un'altra distinzione che andrebbe fatta, sta nel fatto che le uova di Calamaro vengono deposte in profondità ed invece le uova di Seppia sono deposte tipicamente più superficialmente. Se nel periodo riproduttivo delle seppie, vi aggirate sulla costa, nei momenti di bassa marea , non è difficile imbattersi in una pozza di scogliere (Depressione variabile in ampiezza e profondità) che è rimasta temporaneamente  sconnessa dalle acque libere con la presenza di una Seppia intenta a deporre le uova. Ma adesso continuiamo il nostro viaggio.

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Fig.re 6 e 7. Capsule ovigere di Calamaro (Sx) e Capsule ovigere di Seppia (Dx)

 

Guardate li giù! Tra quelle rocce! Una Muraena helena (Linneo, 1758)(Fig.8), pesce osseo dal corpo compresso, soprattutto nella sua porzione posteriore, priva di pinne pettorali, ma inoltre presenta un corpo serpentini forme privo di scaglie. Wow! Forse ho detto tutto d’un fiato, ma la bellezza di questo animale è sorprendente.  Osservarlo in caccia è stupefacente.

 

Muraena Helena (Linneo, 1758)

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Fig.8. Piccolo esemplare di Murena che si trova presumibilmente in perlustrazione. 

La Murena , è un pesce molto astuto che conosce benissimo ogni “angolo” dove essa vive.  Si trova tipicamente su substrati rocciosi, dove dimora, ma non è una rarità poter osservare degli esemplari che “strisciano” ad esempio tra le  praterie di Posidonia oceanica. La Murena è molto comune in tutti i mari italiani, si riproduce nel periodo estivo, discendendo a maggiori profondità nel periodo invernale.

 

Avviamoci verso quegli scogli, vediamo dove ci troviamo.

Oh! Guardate! L’ Asparagopsis taxiformis(Delile)(Fig.re 9 e 10) Trevisan, segnalata per la prima volta lungo le coste italiane nel 2000 da Barone et al., 2003, risulta ora presente in diversi siti lungo le coste italiane ma anche del Mediterraneo. 

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Fig.re 9 e 10. Talli di Asparagopsis taxiformis in prossimità della superficie

Quest’alga rossa è considerata invasiva , sebbene non tutti i ricercatori siano concordi nel considerarla  tale.

Per specie invasiva si intende, quella specie che se introdotta rispetto ad un’area esterna al suo areale di distribuzione (presente o passato), ha un processo di stabilizzazione e di propagazione che si dimostra una minaccia per ecosistemi, habitat e comunità native. Il fenomeno delle invasioni biologiche è in grado di alterare la biodiversità di un sistema a livello genetico, di popolazione e di ecosistemi. Per essere più precisi, vi è da dire che ho inglobato la definizione di specie aliena, ovvero  nel tratto di testo che dice: “quell’organismo introdotto rispetto ad un’area esterna al suo areale di distribuzione (presente o passato)”. La mia precisazione viene dal fatto che non tutte le specie aliene, non denotano un carattere invasivo, proprio con nel caso dell’Asparagopsis taxiformis, di cui molti scienziati mettono in dubbio la sua caratteristica invasiva.

Oltre l’Asparagopsis taxiformis, nelle nostre acque è presente anche l’Asparagopsis armata Harvey,1855 (Fig.11) che si distingue dalla precedente per la presenza di brachinospine (rami modificati, somiglianti ad un arpione munito di spine apicali retrorse ad uncino). Vi è un’altra differenza, ma è poco evidente per chi si ritrova l’alga d’innanzi senza un’appropriata strumentazione da laboratorio, per tale motivo, vi evito questa seconda distinzione, spero non me ne vogliate.

CXCII

Fig.11. Asparagopsis armata Harvey–  Harvey, W.H. (1858-1863). Phycologia australica. Vols 1-5. Plates I-CCC. London: Lovell Reeve & Co. 

 

Forse è arrivato il momento di risalire, voi che dite?

 

 

Fonti fotografiche:

Antonio Colacino: Seriola dumerili, Seppia officinalis, Loligo vulgaris Capsule ovigere di calamaro

Fabio Russo: Capsule ovigere di seppia, Muraena helena, Asparagopsis taxiformis

Francesco De Rosa: Seppia officinalis (Fig.4)

Paolo Balistreri: Diplodus sargus

 

Fonti bibliografiche:

Riedl R., Fauna e Flora del Mediterraneo, Muzzio, Padova, 1991.

Tortonese, E., Osteichthyes (1-2), Calderini, Bologna, 1970, 1975.

 

Illustrazione di Asparagopsis taxiformis proveniente da www.algabase.org

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