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Un’istantanea

Postato in Monografie ed osservazioni

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Era stata un’immersione diversa dalle altre, ma poi accadde qualcosa che la rese unica.

Eravamo scesi a quaranta metri, su una parete ricoperta di tutto ciò che vive nel mare, straripante di vita con gorgonie e lunghi spirografi che si allungavano nel mare come mani protese, a frugare il blu in cerca di spazio.

Stavamo per risalire, eravamo ormai a quindici metri, l’aria rimasta nelle bombole bastava solo per tornare.   

Era stata un’immersione diversa dalle altre, ma poi accadde qualcosa che la rese unica.

 

 

Eravamo scesi a quaranta metri, su una parete ricoperta di tutto ciò che vive nel mare, straripante di vita con gorgonie e lunghi spirografi che si allungavano nel mare come mani protese, a frugare il blu in cerca di spazio.

Stavamo per risalire, eravamo ormai a quindici metri, l’aria rimasta nelle bombole bastava solo per tornare. 

Stavamo per risalire, eravamo ormai a quindici metri, l’aria rimasta nelle bombole bastava solo per tornare.

Poi vidi, appoggiata su un ciglio della parete verticale, una nassa.

Una nassa è una trappola in cui i pesci entrano da un’entrata a imbuto, attirati da un’esca, e da cui non possono più uscire. Se non viene recuperata, i pesci catturati faranno da esca per nuove prede, che  a loro volta ne attireranno di nuove, finchè il mare o l’uomo non distruggono la nassa.

Questa era una di quelle da poco, di indistruttibile plastica verde, ed era persa. Si era sciolta in qualche modo dalla cima che la legava alle altre, ed era rimasta laggiù, a continuare la sua cieca ed inutile missione di morte. alt

La sensazione di sospensione dal mondo che avevamo provato fino allora si dissolse, e cedette il posto alla rabbia quando vedemmo un piccolo polpo, non più di mezzo chilo, muoversi nella trappola di plastica..

Estrassi il coltello, e scoperchiai la nassa.

Ma il polpo non fuggì. Si limitò a cambiare colore, appiattendosi sul fondo del cilindro di plastica, e coprendo coi tentacoli una massa bianca e granulosa.

Allora capii.

Avevamo trovato una femmina sulle uova.

Sapevo dell’intelligenza del polpo e delle sue cure parentali. La femmina si prende cura delle uova per settimane, trovando prima una tana sicura dove deporle. Poi la adatta ad una lunga permanenza, modificandone la forma con pietre che a volte pesano più di lei. Infine, trascorre il tempo fino alla schiusa ossigenando le uova con acqua fresca, ventilandole se la temperatura sale, coprendole col proprio corpo se scende. Questo per settimane, senza mai nutrirsi o riposarsi.

Questa aveva trovato una nassa perduta e vi era entrata, ritenendola, purtroppo a ragione, una tana sicura. Sapeva che non ne sarebbe più uscita? Non aveva importanza, sapeva che sarebbe morta, pur di far schiudere le uova.

Scattai una foto, e il lampo del flash abbagliò l’animale, che sembrò socchiudere gli occhi, ricaricai, ma il rullino era finito.

Richiudemmo alla meglio la nassa, per difendere le uova dai labridi predatori che già si accalcavano famelici, e risalimmo.

Tutto ciò che sappiamo del mare e dei suoi abitanti è il frutto di osservazioni saltuarie, fotogrammi di un film che non vedremo mai per intero. Ma quell’istantanea di un polpo sulle uova, prigioniero volontario di una trappola che nessuno avrebbe raccolto, sembra il simbolo della lotta tra l’Uomo distruttore e il Mare, e del trionfo del Mare.

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