Ultimi articoli pubblicati

biodiversity-journal-2016-7-4-907-912

Biodiversity Journal, 2016, 7 (4): 907–912

di Anna Maria Mannino1*, Stefano Donati2 & Paolo Balistreri1 -- The Project “Caulerpa cylindracea in the Egadi Islands”: citizens and scientists working together to monitor marine alien species   Scarica l'allegato...Leggi tutto
report-progetto-caulerpa-cylindracea-egadi-islands

Report Progetto "Caulerpa cylindracea Egadi Islands"

di Paolo Balistreri -- Il 31 agosto 2016 si è concluso il Progetto "Caulerpa cylindracea Egadi Islands" di scienza partecipata, inerente il monitoraggio dell'alga verde invasiva...Leggi tutto
Stampa

Identikit di un invasore

Postato in Monografie ed osservazioni

Valutazione attuale:  / 0
ScarsoOttimo 
Stampa

Da anni il Mar Mediterraneo è stato definito un “mare sotto assedio” (Galil, 2000) a seguito dell’elevato numero di segnalazioni di specie aliene di origine prevalentemente tropicale in continuo aumento (Tab. 1; www.Si.Di.Mar.com).

tab1

Tab. 1. Numero di segnalazioni di specie aliene in Mediterraneo dal 1980 al 2000

La presenza di questi organismi è da ricondurre  in parte al riscaldamento globale conseguenza delle attività antropiche. Per specie aliena (introdotta, non nativa, non indigena, esotica) si intende un taxon introdotto in un’area esterna al suo areale di distribuzione (presente o passato), che si insedia in un nuovo ambiente (www.wfduk.org). Varie sono le definizioni di specie “introdotta”, tra queste ricordiamo in particolare la definizione data da Carlton (1987), secondo la quale una specie “introdotta” è un taxon introdotto dall’uomo (volontariamente o involontariamente) in un area in cui non era presente antecedentemente. Tra i vettori maggiormente responsabili di introduzioni involontarie ricordiamo: le acque di zavorra delle navi (ballast water), il fouling e l’apertura di canali artificiali (tra cui ricordiamo l’apertura del Canale di Suez (1869) attraverso il quale sono entrate in Mediterraneo numerose specie cui è stato attribuito il nome di “specie lessepsiane” dal nome dell’ingegnere Ferdinand Marie de Lesseps. Tra i vettori maggiormente responsabili di introduzioni volontarie: l’importazione di specie con scopi ornamentali e di compagnia, la pesca sportiva e l’acquacoltura. Tra i casi più noti di introduzioni volontarie quella della Chlorophyta Caulerpa taxifolia (M.Vahl) C. Agardh, legata allo sversamento in mare delle acque provenienti dall’acquario del museo oceanografico di Monaco (1984). L’alga in brevissimo tempo ha ricoperto chilometri di costa, sostituendosi ai popolamenti indigeni , ed è stata successivamente segnalata in numerose aree del Mediterraneo (Fig. 1).

 

invasore4

Fig.1. Caulerpa taxifolia (M.Vahl) C. Agardh. Foto di Paolo Balistreri

Un altro esempio di alga invasiva ci è dato dalla  Caulerpa racemosa var. cylindracea (Sonder) Verlaque, Huisman et Boudouresque, mostrando un ampio range di distribuzione, grazie alla sua capacità di insediarsi nelle diverse tipologie di ambienti che caratterizzano l’infralitorale (Fig. 2): ambienti fotofili, sciafili, substrati duri, mobili e misti, come epibionte [(Pinna nobilis (Linnaeus 1758), spugne, trottoir a vermiti)], sulla matte morta di Posidonia oceanica (L.) Delile e come epifita su diverse macroalghe .

invasore5

Fig. 2. Caulerpa racemosa su: (A) poriferi (Foto R. Baldacconi), (B) Pinna nobilis(Foto A. Colacino), (C) Trottoira vermeti e (D) alghe (Foto S. Guerrieri)

 Tra gli invasori vi sono inoltre degli organismi che si fanno notare meno per le loro abitudini più schive; questo è il caso di Percnon gibbesi (H. Milne Edwards1853), crostaceo decapode appartenente alla famiglia dei Plagusiidae. Per la prima volta è stato segnalato nel Mediterraneo  intorno l’isola di Linosa nel 1999. Il Percnon gibbesi è  onnivoro, risultando quindi un potenziale competitore per alcune specie autoctone mediterranee come: Pachygrapsus marmoratus(Fabricius, 1787) e Eriphia verrucosa (Forskal,1775) con le quali condivide l'habitat (Fig.3).

invasore1 invasore2 

invasore3

 

 

 

 

Fig.3. Percnon gibbesi (In alto a sinistra. Foto Fabio Russo),Eriphia verrucosa (In alto a destra Foto Paolo Balistreri), Pachygrapsus marmoratus (In basso a sinistra. Foto di Paolo Balistreri)

 

 

Ritornando alla nostra descrizione dobbiamo dire che tra i vettori di introduzione ; l’acquacoltura, il fouling e il Canale di Suez sono certamente quelli maggiormente responsabili dell’introduzione di specie aliene (Tab. 2).

tab2

Tab. 2. Vie di accesso in Mediterraneo  (Boudouresque & Verlaque, 2002)

L’arrivo di una nuova specie in una località non implica necessariamente la sua stabilizzazione in quanto l’insediamento stabile è frutto di un processo complesso costituito da più fasi. Il rischio di estinzione per le prime generazioni di discendenti è molto alto, quindi in pochi casi avviene la completa naturalizzazione. Si ritiene quindi che uno solo dei molteplici tentavi può dar vita con molta probabilità ad un insediamento stabile della specie neo introdotta (Ribera & Boudouresque, 1995). Una specie introdotta diventa “invasiva” quando il suo processo di stabilizzazione e di propagazione diventa una minaccia per ecosistemi, habitat e comunità native. Il fenomeno delle invasioni biologiche è in grado di alterare la biodiversità di un sistema a livello genetico, di popolazione e di ecosistemi (Grosholz, 2002). Di seguito sono elencate le caratteristiche che deve possedere un invasore di successo (Williamson, 1996; Nentwig, 2007).

·        Alto tasso riproduttivo;

·        Specie pioniera;

·        Ridotto tempo di generazione;

·        Ciclo di vita lungo;

·        Con un tasso di dispersione;

·        Riproduzione single-parent (la femmina gravida rappresenta il colonizzatore);

·        Riproduzione vegetativa o clonale;

·        Alta variabilità genetica;

·        Alta plasticità fenotipica;

·        Ampio areale nativo;

·        Generalista in habitat (specie a larga valenza);

·        Polifago (dieta ampia);

·        Commensale degli umani.

L’introduzione e la conseguente stabilizzazione di specie aliene in ecosistemi marini può determinare (Cambuca, 2006/2007):

·        La sostituzione delle specie indigene;

·        La diminuzione della biodiversità (la diversità di specie);

·        Danni strutturali e funzionali all’ecosistema in cui si insediano;

·        Perdita dell’integrità genetica dovuta ai fenomeni di ibridazione.

Da una rapida panoramica fornita dalla descrizione dell’identikit di un invasore, è evidente l’importanza degli studi che sono stati condotti fino adesso, ma che comunque si possono ritenere ancora pochi poiché il fenomeno è in continuo aumento con un quasi assenza di studi incentrati sui  possibili effetti riscontrati sulle comunità autoctone. Si auspica quindi in un futuro prossimo un ulteriore incremento degli studi sulle specie alloctone per non incorrere in eventuali gravi problematiche.

Stampa

Questo sito utilizza cookie. Continuando a consultare AMM, acconsenti all'utilizzo dei nostri cookie.