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La Barchetta di S. Pietro (Velella velella, L., 1758)

Scritto da Maria Fais. Postato in Monografie ed osservazioni

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La Barchetta di San Pietro (Fig.1) è una specie cosmopolita delle acque temperate calde: è ampiamente distribuita nell’Atlantico (dove costituisce sciami assai numerosi, di decine di kilometri di lunghezza) ed è comune nel Mar Mediterraneo, soprattutto durante la stagione primaverile. è stata avvistata occasionalmente anche lungo le coste del Pacifico.

 

Fig.1: Spiaggiamento di V. velella (Putzu Idu)

 Velella velella è un’Antomedusa coloniale appartenente alla Classa Hydrozoa e può raggiungere gli 8 cm di diametro. Ogni colonia è strutturata su due piani: quello superiore, galleggiante, e quello inferiore, in cui si trovano gli zoodi (i piccoli polipi costituenti l’intero gruppo coloniale). Il galleggiante presenta una forma a vela triangolare e poggia su numerosi tubi ripieni di aria, disposti in cerchi concentrici. Da essi dipartono dei tubi che proseguono sino agli zooidi, probabilmente con funzione di rifornimento di ossigeno (Fig. 2).

 

 

Fig.2: Modificata da Modificata da Peter Schuchert (www.marinespecies.org)

 

 Per alcuni autori (Westheide & Rieger, Spezielle Zoologie, 2007) la colonia della barchette di S. Pietro è monomorfa, costituita da una sola tipologia di polipi, che si dispongono a corona attorno al disco basale della vela. Per la precisione li definiscono tentacolozooidi muniti di tentacoli capitati, i.e.: dotati di bottoni terminali con all’interno le nematocisti. La tossina è tuttavia innocua per l’uomo. Nella letteratura scientifica più comune al pubblico, invece, la colonia risulta essere polimorfa (Fig.3), costituita da gonozoidi (polipi specializzati a produrre le gonadi), dattilozoidi (tentacoli filamentosi muniti di nematocisti) e gastrozoidi (atti alla digestione del cibo).

 

Fig.3: Colonia vista dal basso (www.reefcheckitalia.it)

 Il corpo di ciascun zooide si dilata formando una struttura a forma di calice denominata idrante. Ogni idrante è rivestito da un epitelio noto con il nome di cenosarco, che unisce tutti gli zooidi mediante dei canali interni e che continua con l’idrocaule (l’asse portante).  Tutta la colonia è interamente rivestita da chitina, che ne conferisce protezione e stabilità.

La tipica colorazione bluastra è dovuta alla presenza di un pigmento proteico (l’astaxantina) che viene assunto mediante l’alimentazione e modificato a seguito della digestione, passando dal colore rosso originario a quello blu-viola. è stata dimostrata anche la presenza di zooxantelle simbionti che, in cambio di biossido di carbonio (CO2), contribuiscono alla nutrizione e all’ossigenazione della colonia mediante il processo fotosintetico (Fig. 4).

 

Fig.4:  Due colonie di V. velella (Putzu Idu)

   Da alcuni idranti si formano delle gemme (endocondon) in cui si sviluppano le idromeduse, a sessi separati. Una volta che vengono rilasciate nelle acque, si nutrono tramite dei prodotti del lavoro delle zooxantelle: scendono a una profondità di 600-1000 metri ed emettono i gameti. La fecondazione della cellula uovo porta alla formazione di uno zigote che si trasforma in planula di colore arancione, ciliata, priva di blastoporo (i.e.: apertura della cavità gastrica embrionale) e lecitotrofica (i.e.: si nutre delle sostanze presenti nella precedente cellula uovo). Lo stadio ontogenico successivo è quello di conaria, che continua a svilupparsi e trasformarsi per circa 3 mesi, producendo un individuo con una vela rudimentale e secernendo una gocciolina d’olio che le consente di galleggiare fino alla superficie. Alla fine dell’inverno, lo stadio larvale giunge al termine. L’individuo è ormai adulto, dotato di un galleggiante e della propria cavità gastrovascolare funzionanti: può iniziare a nutrirsi di plankton e a produrre polipi per gemmazione. Durante la primavera, la colonia di Velella velella è del tutto formata e il ciclo metagenico continua, alternando generazioni polipoidi a quelle medusoidi (si consiglia la visione del seguente filmato “Plankton Chronicles – Velella” di Sharif Mirshak: http://youtu.be/-5JZxwrBIyg )

  Le colonie non sono dotate di motilità e vengono spesse rinvenute spiaggiate lungo costa (Fig.5), al termine del loro stadio vitale. Al contrario di quanto comunemente si pensa, la loro presenza nelle nostre spiagge non è un’invasione di specie “aliene” provenienti da altri oceani. Come scritto in precedenza, la Barchetta di San Pietro è una specie cosmopolita, che viaggia trasportata dalle correnti: lo spiaggiamento lungo costa  è il normale passaggio finale della vita di questo animale marino, che diventa alimento per altri organismi o fonte di elementi biogeochimici utili per l’ecosistema marino. La rimozione delle colonie lungo costa avviene tramite le mareggiate: ogni intervento antropogenico è del tutto sconsigliato, perché causerebbe serie conseguenze all’integrità bioecologica dell’ambiente marino  e geomorfologica delle coste su cui si riversano.

 

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