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UNO SQUALO CON GLI OCCHI VERDI

Postato in Articoli di Francesco Turano

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Voglio raccontarvi la storia di un piccolo squaletto di profondità, poco conosciuto e raro, un pesce che solo pochi pescatori dell’Italia meridionale hanno avuto il piacere di avere tra le mani, ovviamente moribondo, una volta issate a bordo le reti. Nessuno, però, lo aveva mai osservato o fotografato nel suo ambiente; fino a quando, un giorno di alcuni anni or sono, non mi capitò l’inimmaginabile: l’incontro con l’Oxinotus centrina, detto volgarmente squalo porco.

Ero immerso nelle acque meridionali dello Stretto di Messina, sulla sponda calabra, sui fondali subito profondi di un paese chiamato Lazzaro, in provincia di Reggio Calabria; quota –57m, ore 20 circa, già 10 minuti di tempo di fondo: con l’acqua limpida, mi trovo avvolto dalle tenebre ai piedi di un’orlata imponente che si snoda parallela al profilo costiero. Era una delle tante impegnative immersioni notturne che ogni tanto mi concedevo per incontrare grossi dentici poggiati al fondo, saraghi che dormono, tanute e altri pesci difficili da fotografare e avvicinare con la luce del giorno; pesci che con il favore delle tenebre hanno una livrea particolarmente brillante e diventano più fotogenici del solito. Tutto mi aspettavo meno che di vedere un simile e goffo pesce; all’improvviso mi apparve infatti una strana creatura, color grigio topo, e avvicinandomi mi accorsi della stravagante forma del pesce e mi ritornò in mente una foto che avevo visto su un libro di un esemplare morto tenuto in mano da un pescatore. Era proprio lui, lo squalo porco, vivo e libero mentre nuotava nel suo ambiente. Il suo corpo, alto e tozzo, ha una sezione triangolare, con un ventre che sembra la chiglia di un catamarano. La colorazione, brunastra nei giovani, tende al grigio negli esemplari adulti, con striature più chiare sul dorso in corrispondenza dei setti tra un fascio muscolare e l’altro. Lungo al massimo 80 cm, appartiene alla famiglia degli Oxinotidi ed ha solo due parenti: uno australiano e uno caraibico (O. brunensis e O. caribbaeus). Le pinne dorsali presentano, nella parte anteriore, un grosso aculeo; questo è rivolto in avanti, nella prima dorsale, mentre è rivolto indietro nella seconda dorsale, come se la cosa avesse un significato nella strategia di difesa adottata dal pesce. Conoscendo molto poco della biologia di questo pesce e non essendovi osservazione dirette in natura da parte di nessuno (non sapendo realmente nulla, tra l’altro, per la sua rarità), non è ancora possibile conoscere il vero significato degli aculei sulle pinne dorsali e di tutte le altre stranezze di cui il pesce appare dotato. La bocca, per esempio, appare piccola e dotata di denti piccolissimi, cosa che lascia intuire abitudini da squalo sornione, lento nel nuoto tanto da lasciarsi sfiorare dal subacqueo senza fuggire, probabilmente abituato a catturare vermi o piccoli crostacei in prossimità del fondo fangoso.
Ho incontrato per ben sei volte questo buffo pesce, fotografandolo come meglio ho potuto nei ristretti tempi che ho avuto a disposizione di notte, a quelle profondità. Sono rimasto affascinato dall’incontro al punto da limitare gli scatti nel momento in cui ho notato che il flash lo disturbava non poco; i suoi grandi occhi verdi devono essere infatti particolarmente sensibili; immaginate cosa può aver causato il lampo di un flash alla sua vista, nel buio più totale delle profondità del mare. Anni fa, quando feci per la prima volta questa straordinaria segnalazione, pubblicai un articolo sulla rivista mensile AQUA, con cui all’epoca collaboravo, con testi dell’allora responsabile scientifico di redazione Angelo Mojetta. La cosa fu segnalata come scoop, e lo stesso Mojetta scrisse alla fine dell’articolo: “…la testimonianza di Francesco Turano è un esempio di come ci si dovrebbe accostare al mondo marino e che ne sia protagonista un nostro collaboratore ci rende orgogliosi”. Che dire, sono contento di aver contribuito al miglioramento delle conoscenze di una specie nota solo a pochi pescatori che se la sono ritrovata nelle reti; mi rende orgoglioso il fatto di aver documentato l’incontro e di avere delle immagini uniche e interessanti per il mondo scientifico. Certo di aver trovato uno degli ambienti prediletti da questo squalo, ho assistito ad un progressivo degrado della zona nel tempo e purtroppo ultimamente non s’è più rivista traccia del pesce, forse per caso o forse per azioni di disturbo all’ambiente stesso, profondo ma molto vicino alla riva. Il caro e così timido squalo porco forse un giorno riapparirà in qualche altro angolo dello stretto e spero sinceramente di trovarmi in quel posto al momento giusto, per rivederlo.

 

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