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Il corallo nero di Scilla

Postato in Articoli di Francesco Turano

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007Questa la notizia diffusa dalla stampa e apparsa sui tg nazionali:

Trovata la più grande foresta di corallo nero del mondo - 19 marzo 2009

 

Trentamila colonie adagiate tra i 50 e i 110 metri di profondità sui fondali rocciosi della mitica Scilla: è nel mare di Calabria che si staglia la più grande foresta di corallo nero del mondo.  

 

 

 

Apre scenari del tutto inediti la scoperta fatta dagli studiosi marini dell'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale Ispra (ex Icram) impegnati in un progetto di monitoraggio della biodiversità marina in Calabria. 

A documentare la presenza della foresta di corallo nero (che di nero, però, ha solo lo scheletro) più estesa del mondo è stato "Rov", un robot sottomarino utilizzato per le analisi e per osservare, filmare e fotografare. "Rov", comandato dalla superficie, si è immerso con il suo occhio elettronico nei fondali del Tirreno calabrese per catturare e restituire immagini mozzafiato di specie di coralli, gorgonie, alcionari, pennatulacei e pesci rarissimi, molti dei quali mai osservati nel loro ambiente naturale. Equipaggiato anche per acquisire campioni fino a 400 metri di profondità, il robot subacqueo, che è in grado di comunicare in ogni istante la propria posizione all'operatore, è stato utilizzato dagli studiosi nell'ambito di del progetto partito nel 2005 e finanziato dall'Assessorato all'Ambiente della Regione Calabria. Un lavoro che proseguirà fino a tutto il 2010 e dai risultati del quale gli esperti dell'Ispra si attendono di individuare, sui fondali calabresi, numerose altre specie rare, anche di invertebrati marini.

Ma in Calabria non è solo il mare di Scilla a riservare sorprese agli scienziati marini che parlano di "rara ricchezza da salvaguardare". Nel Golfo di Lamezia, zona ritenuta di grande interesse sia dal punto di vista fisico che da quello biologico, sono state osservate, a circa 150 metri di profondità, per la prima volta nel loro ambiente naturale, cinque altre colonie di un'altra specie di corallo nero, il rarissimo "Antipathes dicotoma". Risultato non da poco se si pensa che, a livello mondiale, sono stati raccolti e studiati solo cinque esemplari di questo coralligeno, l'ultimo dei quali, individuato nel 1946 nel Golfo di Napoli, venne donato al Museo dell'Università di Harvard.

"Comprendere il funzionamento dell'ecosistema marino, la sua risposta ai cambiamenti naturali e a quelli indotti dalle attività umane - afferma l'assessore all'Ambiente della Regione Calabria, Silvio Greco, già ricercatore e commissario straordinario dell'Icram - è di importanza centrale per una corretta gestione di questo complesso territorio". I fondali marini rocciosi, che si trovano a profondità comprese tra i 50 e i 450 metri, rappresentano, per gli studiosi di biologia marina, delle vere e proprie miniere in materia di biologia e ecologia. "Le analisi genetiche e istologiche che i ricercatori del Dipartimento di Scienze del mare dell' Università Politecnica delle Marche stanno eseguendo sui frammenti dei coralli raccolti - spiega Simonepietro Canese, responsabile del progetto - stanno aprendo numerosi interrogativi su queste specie rare e protette, per la prima volta osservate e studiate nel loro ambiente naturale".

Il corallo nero, Antipathes subpinnata, appartiene alla classe dei coralli, o Antozoi, che consistono di piccoli 'polipi', grandi qualche millimetro, radunati in colonie di individui simili che, producendo carbonato di calcio, formano lo scheletro che li fa somigliare ad un albero. Il più conosciuto è il corallo rosso, ma esistono anche le specie gialla e bianca. I polipi del corallo nero hanno sei tentacoli piuttosto piccoli, al contrario del corallo rosso in cui si contano otto tentacoli.

L’ex Icram, oggi Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), afferma di aver scoperto – e pubblica la notizia sui quotidiani come fosse uno scoop - la più grande colonia di corallo nero al mondo; nel mare di Scilla, tra i 50 e i 110 m di profondità. Ma tra alcuni subacquei, pochi purtroppo, è noto da tempo che su quei fondali rocciosi, i cui sommi (secche) sfiorano appena i cinquanta metri di profondità, vivono grandi colonie di Antipates subpinnata, il corallo nero del Mediterraneo. Su quelle secche, fatte di alte e imponenti guglie di roccia, ci siamo immersi in tanti (personalmente conosco quei rami da quasi vent’anni). Sono dette “Secche dei Francesci” e si snodano a grandi profondità, subito a nord del promontorio di Scilla, confine settentrionale dello Stretto di Messina. Qui il corallo nero ricopre a tappeto vaste superfici di substrato roccioso che è possibile osservare in immersione dai 58 metri di profondità in poi. Che dire: ancora una volta si scopre quel che si era già scoperto, ma che si era poi dimenticato, non si sa come. L’Ispra si sbilancia affermando tra l’altro di aver scoperto la più grande colonia al mondo di questa specie. Su questo punto, da professionista del mare e fotografo subacqueo esperto di biologia marina pratica (non solo libri…), assiduo frequentatore dei fondali dello Stretto da 25 anni (vedi www.sublandia.it e www.sublandia.net) inviterei a riflettere sul fatto che, probabilmente, si può parlare forse di alta concentrazione di ramificazioni, addossate le une alle altre in modo insolito, caratteristica questa di molti tipi di celenterati del mare dello Stretto (basta osservare le gorgonie della specie Paramuricea clavata e notare come la specie, sui fondali di Scilla, sia distribuita con ramificazioni non molto grandi ma particolarmente fitte, con alta concentrazione di ramificazioni per metro quadro di substrato), ma da qui a dire che si tratta della colonia più grande al mondo forse il passo è azzardato, anche se nulla toglie che potrebbe anche essere vero; e poi comunque una simile affermazione fa notizia e poiché sono in pochi a poter smentire (pochissimi, visto che anche tra i subacquei sono veramente pochi quelli che conoscono il posto) lo scoop torna utile per giustificare l’ennesimo finanziamento di una campagna oceanografica che non sappiamo quali risultati possa portare. Il dubbio nasce spontaneo avendo osservato molti fondali del Mediterraneo e avendo trovato altri ambienti profondi colonizzati da questa specie, molti in Sicilia, soprattutto in provincia di Trapani e sui fondali di qualche isola. Comunque sia, ben venga un progetto sulla biodiversità marina dei fondali calabresi, condotto con l’aiuto di strumenti come il Rov che si immerge alla scoperta della vita, ma ricordiamoci sempre che il più alto numero di specie viventi si concentra nella fascia compresa tra la superficie e i 60 m di profondità e che invece di fare l’ennesimo inutile e dispendioso censimento di specie (tra le altre cose di profondità), sarebbe il caso di monitorare le fasce meno profonde, per capire quali sono i fattori che incidono sul progressivo regredire della biodiversità lungo i fondali costieri (vedi i numerosissimi scarichi abusivi, la speculazione edilizia e tutta una serie di altre problematiche che non è il caso analizzare nel dettaglio per non perdersi…); quei fondali dove inquinamento e pesca incidono giornalmente senza alcuna vigilanza, quei fondali dove la biodiversità dello Stretto e della Calabria tutta, con le sue peculiarità, dovrebbe essere oggetto di indagini serie e tutelata come si deve, poiché, quando parliamo di Stretto, parliamo di luogo unico al mondo (e questo è detto con cognizione di causa); un luogo unico in Mediterraneo, ma totalmente trascurato. Un’area che meriterebbe a pieno titolo di diventare, a zone, Parco Marino e insieme Patrimonio dell’Umanità, proprio per la biodiversità eccezionale. Una biodiversità che va certamente studiata e monitorata, ma che va prima di tutto protetta e conservata; per non lasciare ai posteri solo scartoffie di progetti, che conserveranno soltanto il ricordo del mare dello Stretto. Perché tutti gli studi fatti finora da campagne oceanografiche d’ogni tipo non hanno portato ancora in luce i problemi reali del mare calabrese e le sofferenze della flora e della fauna, che i subacquei di una certa esperienza seguono costantemente gridando aiuto a una politica sorda e ceca?

Tornando al corallo nero, le fotografie di questo articolo dimostrano che ci siamo immersi sulla secca e abbiamo già documentato l’abbondante presenza di questa specie, senza però mai sbandierare la notizia della sensazionale scoperta, ritenendola  cosa del tutto normale in un mare come questo. Piuttosto c’è dell’altro, da anni sotto gli occhi di tutti, che non è neanche preso in considerazione nonostante l’unicità, la particolarità, l’eccezionalità. Come dai 60 ai 100 metri abbonda il corallo nero, dai 35 ai 65 metri, sempre nel mare di Scilla, abbonda la gorgonia Paramuricea clavata. Non è forse interessante e degno di nota il fatto che l’abbondanza di questo celenterato, parente del corallo nero, è straordinaria e unica in Mediterraneo in quanto a concentrazione di individui per metro quadro e che le gorgonie di questo mare siano insolitamente di un colore diverso rispetto al resto del Mediterraneo? Quando anni or sono Paolo Barone appoggiò l’unico studio su queste gorgonie mai realizzato, condotto nel mare di Scilla, nessuno ebbe orecchie per ascoltare. Tutto ciò, evidente da molti anni, è stato sempre ignorato e si è continuato a ignorare le peculiarità dello Stretto e la sua biodiversità anche di fronte e simili evidenze, più volte documentate sul web e sulle riviste dai fotosub di tutta l’Italia. Nulla si è fatto per far conoscere e conservare la foresta di gorgonie mediterranee probabilmente più bella del mondo, nulla si è fatto per tutelare un ambiente incredibilmente ricco e vitale. Ma trovandomi a parlare di corallo nero e poiché sicuramente il lato positivo della faccenda è che in un modo o nell’altro viene alla luce una questione importante, ovvero la segnalazione delle meraviglie viventi nel mare dello Stretto di Messina, mi tuffo nell’argomento spiegando in poche parole di che animale stiamo parlando. Il nome comune del corallo nero è Antipatario del Mediterraneo mentre il nome scientifico, lo abbiamo già visto, è Antipathes subpinnata. Appartiene all'ordine degli Antipatari e i suoi polipi, cioè le unità viventi che formano poi nell’insieme una colonia, hanno 6 tentacoli corti, non pinnati, il che classifica questo celenterato come esacorallo. Sott’acqua, nel suo ambiente, si presenta con rami simili a folti ciuffi bianchi, con sfumature ceneree, fortemente ramificati. Si trova sempre sotto i 50/60 metri di profondità e l’incontro per il subacqueo è difficile e occasionale. Oggi la specie è considerata protetta, in funzione della sua delicatezza e della sua sensibilità ai mutamenti ambientali.

Ho visto rami di antipatari sui fondali di Stromboli, alla base della famosa sciara del fuoco sommersa e sulle pareti della dorsale della sciara, dove pochi sub son passati a dare un’occhiata reale. Le pareti della dorsale della sciara iniziano a precipitare nell’abisso a circa 60 m di profondià e li, dove per te c’è un confine netto, inizia un nuovo mondo, dove regna l’oscurità e la penombra, e spicca il chiarore dei rami degli antipatari. Qualcuno ha visto un ramo di antipatario presso l’isola della Formica (vedi http://www.mondomarino.net/

servizi/seanews.asp?p=496&view=dett), qualche altro ha recentemente segnalato la presenza di colonie fitte di antipatari in adriatico, alle Isole Tremiti (la segnalazione è del mio fraterno amico Paolo Fossati, vedi http://www.ecomatrix.it/Corallo%20Nero

%20(Antipathes%20subpinnata) e io stesso posso dire di aver visto personalmente delle belle e fitte colonie con ramificazioni gigantesche sulla secca di Atlantide, al largo di Favignana, nonché nel mare di San Vito Lo Capo, fuori la vecchia Tonnara del Secco, a partire dai 65 metri di profondità. Quindi specie rara, ma non rarissima, con diverse altre segnalazioni per l’Adriatico. Comunque sia, la colonia di Scilla è certamente una colonia importante. Augurandoci che la segnalazione dell’Ispra possa portare a un qualche risultato concreto, tipo convogliare l’attenzione sul patrimonio immenso e sulla diversità biologica del mare di Scilla e dintorni, ci auguriamo ancora una volta che l’unico a beneficiare di tutto ciò sia alla fine il nostro povero mare, che deve assistere inerme a ciò che l’uomo continua indisturbato a “fare” nei suoi confronti.

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