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Il plancton fatto in casa

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 Il fitoplancton(cioè l’insieme delle alghe planctoniche) è alla base della catena alimentare nel mondo acquatico, basti pensare che quasi tutto lo zooplancton (gli organismi animali planctonici)

si nutre di fitoplancton ed è a sua volta il principale nutrimento di molti invertebrati, pesci e cetacei.


prima parte:



 

 

Il fitoplancton(cioè l’insieme delle alghe planctoniche) è alla base della catena alimentare nel mondo acquatico, basti pensare che quasi tutto lo zooplancton (gli organismi animali planctonici) si nutre di fitoplancton ed è a sua volta il principale nutrimento di molti invertebrati, pesci e cetacei.

Ecco come coltivare in casa, con materiali d’ uso comune e un po’ di pazienza, questo straordinario e versatile alimento,che possiamo utilizzare per nutrire invertebrati filtratori e i Rotiferi, microscopici organismi indispensabili per l’ alimentazione delle larve di moltissimi pesci, in particolare di specie marine.

Il fitoplancton è formato da alghe unicellulari microscopiche, singolarmente invisibili ad occhio nudo ma che rivelano la loro presenza colorando l’acqua di verde o marrone a seconda della specie.Come contenitori per le colture si possono usare delle normali bottiglie trasparenti quelle dell’acqua minerale; elementi, indispensabili sono inoltre: l’illuminazione, i nutrienti e, naturalmente l’acqua.Possiamo usare qualsiasi tipo d’acqua, importante è che abbia un ph > 7ed una durezza media, inoltre dev’ essere assolutamente priva di cloro.Per le alghe marine, l’acqua da utilizzare si può preparare con gli appositi sali sintetici soluzione senz’altro più comoda perché ci dà la sicurezza (relativa) di non influire sulla purezza dei ceppi in coltura; viceversa se si preleva l’acqua direttamente in mare o si utilizza quella di un acquario, è necessario bollirla per evitare che altre alghe o microrganismi patogeni possano compromettere la coltura. Una volta deciso il tipo d’acqua da utilizzare, dobbiamo provvedere a creare un substrato adatto per agevolare al massimo lo sviluppo delle nostre microalghe.Gli acquariofili ben sanno che le alghe, per proliferare hanno bisogno di sostanze nutritive disciolte in acqua: a tale scopo sono stati studiati fertilizzanti specifici, arricchiti di tutte le sostanze necessarie allo sviluppo delle microalghe. Purtroppo, il costo elevato di questi fertilizzanti ne limita l’uso agli impianti d’acquacoltura e ai laboratori di ricerca.  


 

 

Per le nostre microalghe “casalinghe” abbiamo optato per un fertilizzante per uso agricolo (vedi tabella fertilizzante): ottimi risultati si ottengono con fertilizzanti contenenti il 6% d’azoto, il 3% di fosforo ed il6% di potassio, se poi sono presenti anche altre sostanze come ferro, magnesio ecc. ciò sarà senza dubbio positivo per lo sviluppo della nostra coltura. Riempite le bottiglie fino al punto in cui iniziano a restringersi (disegno 1) si aggiungeranno 1,5-2 ml di fertilizzante per ogni litro d’acqua, inserendo un tubicino rigido che arrivi fino al fondo delle bottiglie ed aerando moderatamente; infine si provvederà ad inoculare le bottiglie con circa 20-40 ml di fitoplancton ogni litro d’acqua. A questo punto, le colture innescate vanno posizionate davanti a 2 neon da 20w tenuti accesi 12-15 ore giorno, ad una temperatura costante di circa 20°C. in queste condizioni, le colture algali saranno mature in 8-10 giorni diventando di un verde molto scuro. Adesso sono pronte per essere somministrate allo zooplancton o direttamente in vasca per i filtratori, con 50-60 ml della vecchia coltura,possiamo inoculare una nuova bottiglia.Per gli inoculi di partenza ci si può rivolgere : istituti di Biologia marina, Botanica, ecc. oltre che a vari siti internet (anche italiani).

Le specie di alghe più frequentemente coltivate sono: Nannocloropsis,Tetraselmis,Isochrysis,e Pavlova. In questo caso l’ alga usata è la Nannocloropsis(vedi tab.) che va bene sia per l’acqua dolce che salata.

Quando si parla di Rotiferi ci si riferisce in genere a Brachionus plicatilis per l’ acqua marina e B.clyciflorus per l’ acqua dolce. I Rotiferi, di tagli variabile da 70 a 400 µm, devono il loro a un organo discoidale lungo il cui margine è disposta una corona di ciglia, che con il loro battito incessante,che si propaga a onda (necessario per muoversi in acqua e attirare particelle nutritive), conferiscono al discol’ aspetto di una ruota che gira.Si nutrono filtrando le particelle sospese nell’acqua,mangiando praticamente tutto quello che ha dimensioni adeguate alla loro bocca come spore di funghi, batteri,lieviti,microalghe ecc. A tutt’oggi i Rotiferi costituiscono il principale  se non l’ unico alimento a disposizione degli allevamenti ittici (e degli acquariofili) per poter alimentare le piccole larve di pesci marini  nella fase iniziale di sviluppo, dopo il riassorbimento del sacco vitellino, grazie alle ridotte dimensioni ed al movimento non proprio velocissimo, che dà la possibilità alle larve di poterli catturare facilmente. Ma l’ aspetto più interessante è la velocità con cui si riproducono: una femmina di Brachionus ha una vita media di 7 giorni a 25°C un nauplio impiega 24 ore per diventare adulto ed incomincia a produrre uova ogni 4 ore circa, che si schiudono in15 ore. Ogni femmina può produrre da 1 a 6 uova (la quantità di uova prodotte è influenzata  dal tipo d’ alimento e dalla qualità dell’acqua). In commercio si trovano mangimi in polvere specifici per Rotiferi, ma anche il comune lievito (Saccharomyces  cerevisiae) è adatto allo scopo, specialmente quando si deve solo “mantenere” la coltura: infatti, se non abbiamo larve o invertebrati da alimentare il valore nutritivo dei Rotiferi non è importante, quindi si può usare un alimentazione di “mantenimento”. A tale scopo gli allevamenti di pesci marini sono soliti un mix di lievito ed alghe con percentuali rispettivamente dell’ 80% e 20%. Purtroppo sia i mangimi specifici sia i lieviti sono molto inquinanti e costringono a frequenti cambi d’acqua, in più favoriscono la comparsa di protozoi ciliati, competitori alimentari dei Rotiferi. Anche dal punto di vista nutrizionale questi alimenti non si rivelano vantaggiosi, infatti usandoli in prevalenza si ottiene il 20% - 40% delle femmine con 1 o al massimo 2 uova, se invece sono alimentati con le microalghe si ha il 70%- 80% delle femmine con 2-5 uova.Tornando alla nostra bottiglia di fitoplancton ormai matura, essa andrà inoculata con una piccola quantità (100-200) di Rotiferi, corrispondente a 2-3 ml di una buona coltura di mantenimento, e riposizionata davanti ai neon sempre con una leggera aerazione: nel giro di 10-15 giorni i Rotiferi consumeranno tutte le microalghe e la bottiglia passerà dal verde scuro ad un marrone sempre più chiaro, fino ad arrivare ad essere quasi”limpida”; a questo punto nella bottiglia dovrebbero esserci circa 400.000-600.000 Rotiferi, somministrabili ad eventuali larve di pesci o ad invertebrati filtratori o prelevati per iniziare altre colture.

Articolo redatto da Mario Loffredo




 

seconda parte:



Premessa

Vorrei che fosse chiaro che, ciò che sarà esposto di seguito, non deve essere preso in nessun modo come una regola per l’allevamento di fito-zooplancton, né tanto meno come un “lavoro scientifico”, poiché non sono in grado di affrontare l’argomento sotto quest’aspetto, quindi, vi chiedo di leggere ciò che segue come le esperienze di un appassionato.Per quanto riguarda le informazioni scientifiche sonoil riassunto fatto con parole semplici, frutto di una gran mole d’informazioni ricavate da libri, siti internet, lunghe conversazioni con Biologi e allevatori professionisti, mentre per la parte tecnico-sperimentale sono l’unico “colpevole”. Grazie,  Mario Loffredo

 

Fitoplancton

IL  fitoplancton è formato da diverse specie d’alghe monocellulari, ogni specie si distingue dall’altra per forma, dimensione, colore e ambiente di vita. Gli ambienti principali sono due: acqua dolce e acqua salata, ma alcune alghe possono vivere indistintamente alle densità più disparate. La Nannochloropsis ssp. è stata allevata a densità di 1014, 1025, 1036 dando sempre buoni risultati. Allevare fitoplancton è abbastanza semplice, anche se la letteratura specializzata scoraggia un po’ chi ha intenzione di provare quest’avventura (com’è successo a me).Quello che spaventa di più è l’ambiente asettico dove sì “dovrebbe” operare e la sterilizzazione di tutto quello che viene a contatto con le colture, cosa secondo il mio personalissimo parere, impossibile da poter ottenere in un ambiente domestico, salvo che non si disponga di una cappa sterile per le operazioni di routine (inoculi, prelievi ecc.) e di una centrifuga per la sterilizzazione di beute, pipette, provette, ecc. è risaputo che la semplice bollitura non basta, mentre la sterilizzazione in forno a 120°C da risultati migliori. Ma ambedue sono totalmente inutili, se poi le operazioni successive sono eseguite in ambienti o usando oggetti “contaminati”, per esempio la semplice chiusura del contenitore con un batuffolo di cotone che non sia sterile o la mancanza di un apposito filtro all’uscita dell’areatore basterebbe a “contaminare” la coltura e questi sono solo alcuni dei tanti.Io personalmente non sterilizzo nulla di tutto quello che uso per le colture, l’unica attenzione è di bollire l’acqua se prelevata in mare o da una vasca ma non per sterilizzarla ma per evitare che altre microalghe od organismi filtratori possano sopraffare o danneggiare la coltura. Ormai sono più di tre anni che allevo fito. Ho iniziato con 45 ml. di Nannochloropsis datami dal buon Valerio e attualmente ho uno stock di 20 lt di fito a diversi stadi di sviluppo.Con questo non voglio affermare che questa sia la procedura giusta, per l’allevamento del fitoplancton, ma voglio cercare di dimostrare che ognuno può con un po’ di buona volontà farsi il suo angolo fito, piccolo o grande che sia senza troppi sforzi. Certo il fitoplancton cosi prodotto non sarà “puro”, ma per gli usi che ci riguardano (invertebrati, rotiferi, copepodi ecc.) non ha molta importanza.

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Il Fitoplancton è usato principalmente per arricchire i Rotiferi (di cui parleremo più avanti), infatti, alcune alghe contengono elevate quantità d’acidi grassi polinsaturi a lunga catena non sintetizzabili dai pesci e quindi devono essere forniti dall’esterno.Gli acidi grassi più importanti per un corretto sviluppo delle piccole larve sono, quelli del gruppo omega (3e6) ne sono ricche per esempio, la Nannochloropsis e l’Isochrysis (vedi grafico1) ma allo stesso tempo sono povere di vitamine (grafico2). Esistono diversi metodi per arricchire le alghe di vitamine, oligoelementi e sostanze nutritive, frutto del lavoro di diversi ricercatori impegnati in questo campo ed ognuno di loro a sviluppato un insieme di composti chimici, vitamine ecc.per favorire lo sviluppo delle microalghe, i metodi si distinguono per quantità e diversità dei composti, le tabelle1-1a –2 ecc. riportano alcune formule per preparare quanto ci serve. Sono consapevole che non è facile procurarsi tutte le sostanze necessarie, pesarle, sterilizzarle e tutto il resto ed è proprio per questo motivo molti acquariofili sono soliti usare fertilizzanti  per uso agricolo (vedi articolo).



Foto 1: Coltura illuminata con 3000°K, si nota il colore marrone della fitoplancton.

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Foto 2:  Fitoplancton maturo

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Foto3: Vista della coltura, notare i cartoncini argentati con riflettori

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Foto 4: Particolare della coltura

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Foto 5: Fito maturo a dx, appena inoculato a sn

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Foto 6: Basta un piccolo spazio per allevare fito, qui ricavato dallo spazio di un mobile ed il muro.

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Foto 7: Diversi stadi di sviluppo della coltura

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Foto 8: Coltura vista dall'alto, si noti la mancanza di chiusura sulle bottiglie

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Ho voluto riportare alcune di queste formule perché so, che molti acquariofili lavorano o hanno in qualche modo contatti con istituti biologici, laboratori chimici ecc. avendo cosi la possibilità di poter provare a preparare una di queste “ricette”.I due metodi sono specifici per le microalghe più usate.

I nostri sforzi devono essere diretti ad ottenere colture con qualità e quantità il più vicino a quelle ottimali, in altre parole delle colture con un alto valore nutrizionale e con concentrazioni di circa 5 - 30 milioni di cellule per ml.. Quasi sicuramente non si raggiungeranno mai simili valori in un allevamento “casalingo”, ma bisogna fare in modo da potersi avvicinare il più possibile, dato che da questo dipenderà la sopravvivenza d’eventuali larve. Ma cerchiamo di capire quali sono i parametri che possono influenzare questo risultato, i più importanti sono: fertilizzante, luce e temperatura. La qualità e la quantità del fertilizzante è molto importante. I macronutrienti principalmente presenti devono essere, il Nitrato (No), il Fosfato (Po) ed il Ferro (Fe), affiancati da micronutrienti come: Zinco (Zn), Cobalto (Co), Manganese (Mn) ecc., ed infine le vitamine. Circa 1-1,5 ml/l della soluzione cosi composta (tabella 1) assicurerà alle nostre microalghe un substrato adatto ad un rapido sviluppo.

Grafici
Nannochloropsis.jpg (48607 byte) Isochrysis.jpg (47420 byte)Pavlova.jpg (48414 byte) Tetraselmis.jpg (48211 byte)calorie.jpg (38462 byte) vitam[1].clor..jpg (36477 byte) acidi grassi.jpg (42603 byte)

La luce è un altro fattore determinante, se troppo poca, la coltura si svilupperà lentamente o non si svilupperà per niente, ma anche un’illuminazione troppo intensa, al contrario di quello che si crede, può danneggiare la coltura innescando fenomeni di fotoinibizione. Non è semplice stabilire la giusta quantità di luce da fornire alle nostre microalghe, perché le variabili che entrano in gioco sono molteplici, tipo: volume del contenitore, densità della coltura, distanza dalla fonte luminosa ecc, la letteratura specializzata riporta valori compresi tra i 1.000 e i 10.000 lux. Per una coltura “casalinga”, dove come contenitori sono usate bottiglie PE (vedi articolo) o contenitori con capacità intorno ai 2 litri, la quantità di luce da fornire si aggira intorno ai 1.000 lux, corrispondente ad un neon da 18w. Se per esempio al posto delle bottiglie sono usati recipienti da 5 litri allora i lux dovrebbero essere circa 5.000.Con un solo neon possiamo alimentare 6-8 bottiglie sistemando 3-4 bottiglie per ogni lato come nella foto 1, dove si può notare che le bottiglie sono 5 per lato, per esperienza personale posso affermare che le bottiglie poste alle due estremità non si sviluppano bene, per il semplice motivo che l’energia luminosa emessa in quel punto è più bassa rispetto a quelle emessa nella parte centrale della lampada. Quindi è meglio mantenersi un po’ più “larghi”. Un altro fattore importante da prendere in considerazione è la distanza delle bottiglie dalla lampada, che se sono sistemate troppo vicine a quest’ultima, il calore prodotto brucerà letteralmente le alghe presenti in quella zona, dando origine ad una macchia di un marrone più o meno scuro che staccandosi e precipitando sul fondo darà inizio ad un processo d’inquinamento di tutta la coltura.Voglio approfittare dell’argomento per chiarire un punto, secondo me molto importante, riguardo all’illuminazione delle colture. Non di rado ho avuto modo di sentire e leggere d’appassionati, che affermano di allevare fitoplancton con un flusso luminoso inferiore al minimo consigliato (1000 lx) e che le colture in queste condizioni crescono ugualmente. Certo io non voglio mettere in dubbio ciò, io stesso ho allevato fitoplancton con un flusso < ai 700 lux, ma solo fino a quando non sono venuto a conoscenza che, se è vero che in queste condizioni le microalghe si sviluppano ugualmente, e anche vero che ricercatori che si occupano in modo scientifico dell’argomento hanno scoperto, che queste condizioni possono modificare in modo negativo il valore nutrizionale delle microalghe. Perciò cerchiamo di rispettare i parametri ottimali d’allevamento (tabella 3), per quanto sia possibile farlo in un allevamento “casalingo”. Il fotoperiodo indicato come quello ideale oscilla tra le 16 e le 18 ore di luce, ma si può arrivare fino a 24 se si ha bisogno di una maggior quantità di fitoplancton, poiché l’illuminazione continua

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accelera lo sviluppo, mentre è invece sconsigliato scendere al di sotto delle 15 ore giornaliere d’illuminazione, questo perché un periodo troppo prolungato di buio potrebbe fare aumentare il livello di CO2 e far morire le microalghe per mancanza d’ossigeno. 

 Per quanto riguarda le lampade sono da preferire quelle con uno spettro ricco di radiazioni rosse e blu, quindi con temperature di colore comprese tra i 4200 e i 6500 °K. Volendo si possono utilizzare anche le lampade a 10.000°K, personalmente non le ho mai usate, perche credo che i picchi blu siano troppo alti e quelli rossi troppo bassi, ma non posso dire che non siano adatte allo scopo. Quello che posso dire é di fare attenzione a non scendere sotto i 4000°K, poiché colture illuminate con lampade da 3000°K sono diventate tossiche per i rotiferi e il colore della coltura è passato dal verde al marrone. Certo questa situazione è potuta essere stata provocata da qualch’altro fattore, non posso affermare al 100% che questo tipo d’illuminazione rendi le microalghe tossiche, ma posso sicuramente dire che in due occasioni le microalghe cosi illuminate sono diventate tossiche ed il tipo d’illuminazione è stata l’unica modifica apportata alla coltura ed in più la stessa coltura ritornava al normale colore verde ripristinando il tipo d’illuminazione precedente e le alghe non risultavano più tossiche per i rotiferi. Personalmente uso lampade fitostimolanti, tipo grolux o plantalux con risultati soddisfacenti. Un altro parametro da cui dipende lo sviluppo della coltura è la temperatura. Una temperatura errata può portare al crash della coltura, la temperatura dipende dalla specie d’alga che si vuole allevare. La maggior parte delle alghe che c’interessano vivono bene a temperature comprese tra i 20 e 24 °C. Comunque allevare queste microalghe a temperature più basse o più alte anche di 3 o 4°C non compromette la coltura, dato che il range di tolleranza è di 16-27°C. Bisogna però prestare attenzione a non scendere sotto i 16°C se no si vuole vedere le proprie microalghe crescere molto lentamente. Nella direzione opposta invece temperature superiori ai 33-35°C sono mortali per quasi tutte le specie. Il fitoplancton marino si adatta bene a diverse salinità, anzi sembra che cresca meglio a salinità un po’ inferiori a quella del loro ambiente naturale. Per questo motivo gli allevamenti professionali sono soliti aggiungere 20-24 g di sali per litro di coltura. Per mantenere in sospensione le microalghe dobbiamo fornire alla nostra coltura un’aerazione moderata, ma continua che oltre a non far precipitare le microalghe sul fondo fa sì che queste ricevano tutte delle adeguate quantità di luce e di nutrienti in più aiuta ad “allontanare” un eventuale eccesso di CO2, mantenendo cosi stabile il ph che dovrebbe essere compreso tra 8,2-8,7.

Concludiamo illustrando brevemente il ciclo algale che comprende 4 fasi.

Fase 1- latenza o adattamento: dura 24 ore e le cellule si adattano al nuovo ambiente

Fase 2 – sviluppo: in questa fase si raggiunge il picco di riproduzione delle cellule dura 3-4 giorni

Fase 3- stazionaria: in questa fase le cellule smettono quasi di riprodursi dura 7-10 giorni

Fase 4- finale: le cellule incominciano a morire fine del ciclo

Come si può capire dal ciclo algale il momento più adatto per prelevare una quantità di microalghe, per poter effettuare altri inoculi e la fase 2, cioè quando la coltura è nel suo pieno vigore espanzionale. In condizioni ottimali questo avviene 4-5 giorni dall’inoculazione iniziale, negli allevamenti “casalinghi” questo può variare da 7 a 12 giorni in base ai parametri d’allevamento, comunque con un po’ d’esperienza si riesce a capire dal colore in che fase si trova la coltura.

 

 


 

terza parte:



 

  Plancton

 


Le acque dei nostri mari, sono ricche di una gran quantità e varietà di microrganismi, sia animali sia vegetali.La maggior parte di questi microrganismi non dispone di un mezzo di locomozione atto a fronteggiare la forza delle correnti marine, quindi i loro spostamenti sono legati a queste correnti, che li possono trasportare a largo oppure su una spiaggia. L’insieme di questi organismi è detto Plancton ( dal greco vagante, vagabondo). Il plancton e l’anello principale della catena trofica marina, sarebbe molto interessante approfondire quest’argomento, ma il nostro interesse è rivolto verso quei microrganismi che possono aiutarci a risolvere il problema

dell’alimentazione delle larve dei pesci da noi allevati, ma anche di cavallucci, gorgonie ecc. Questi microrganismi sono conosciuti come Zooplancton.  

 

 

Zooplancton

 

Lo zooplancton è formato da microrganismi animali dalle forme e dimensioni molto variabili, che vanno da pochi micron a qualche metro.Possiamo dividere lo zooplancton in due categorie “erbivoro” e “carnivoro”. Lo zooplancton “erbivoro”, che si nutre di fitoplancton, è quello che più c’interessa, primo perché è di solito di dimensioni ridotte, secondo si può alimentare facilmente con le microalghe da noi allevate, terzo si può essere sicuri che non attaccherà le piccole larve. Cercheremo di descrivere la biologia e quando conosciute, tecniche e parametri d’allevamento, tenendo sempre presente che chi scrive è un semplice appassionato.

 

Infusori 

 

Gli infusori sono microrganismi unicellulari, appartenenti a diverse specie, hanno dimensioni microscopiche e forme differenti.

Questi microrganismi sono molto importanti nei primissimi giorni di vita delle larve, dato le loro dimensioni, possono essere mangiate anche da larve con apertura boccale molto piccola, come Blennidi, Gobidi. Produrre questi microrganismi in gran quantità non è difficile, Chi non conosce il metodo d’infusione della buccia di banana, fieno, ecc.Questo metodo è molto usato in acqua dolce, funziona anche in acqua di mare, ma i tempi di maturazione sono più lunghi. Volendo per l’acqua marina si può sostituire la buccia di banana, con un mix d’alghe raccolte in natura, seguendo lo stesso procedimento che si usa per “l’infuso” classico. Lo svantaggio di questo metodo è, quello di produrre per il 90% protozoi appartenenti alla classe dei ciliati. Osservando una piccola quantità di “infuso al microscopio si può vedere un gran numero d’organismi dalla forma ovale con in mezzo il nucleo. La monospecificità della coltura può risultare un grande problema poiché le larve potrebbero non accettare quella determinata specie. Il problema è di semplice soluzione, in commercio si trova un ottimo prodotto della ditta Brustmann chiamato Protogen, studiato proprio per risolvere il problema della monospecificità delle colture. Si tratta di un composto in granuli estrusi, se ne mette una piccola quantità in circa un litro d’acqua (dolce o salata) e si aspetta.Per curiosità personale ho seguito per due settimane lo sviluppo della coltura osservandola ogni giorno al microscopio. Dopo due giorni dall’avvio nel contenitore si era sviluppato un numero impressionante di batteri(che costituiscono l’ alimento principale degli infusori), al quinto giorno sono comparsi dei Protozoi uguali per forma e dimensione a quelli osservati nella coltura precedente. Trascorsi altri due giorni cominciano a comparire microrganismi diversi, e al decimo giorno nella coltura le specie sviluppatesi sono 6/7 dalle forme: ovali, rotonde, vermiforme e ad elica. Ragion per cui per il motivo precedentemente esposto questa coltura è da preferire alla precedente.Bisogna tener presente che il picco della coltura dura 4/5 giorni, dopo di che alcune specie incominciano a scomparire, lasciando il posto alla specie più resistente, in altre parole quella dalla forma ovale. Per questo motivo sarebbe opportuno preparare due contenitori facendoli “partire” a 3/4 giorni di distanza l’uno dall’altro.

  

Copepodi

  

Secondo la mia esperienza, le colture di copepodi sono quelle più problematiche da gestire in particolar modo quelle che riguardano le specie di copepodi planctoniche, che sono quelle più indicate per l’alimentazione delle larve. Per avere una minima possibilità di successo bisogna conoscere un po’ più da vicino questi nostri “collaboratori”.  

Non tutte le specie di copepodi che formano lo zooplancton, sono idonee ad essere usate come alimento per le nostre larve.

Alcune sono troppo grandi, altre hanno spine acuminiate come arma di difesa, altre ancora sono predatrici o parassite. Delle circa 12.000 specie marine, solo una minima parte si adatta ad essere allevata in cattività, la maggior parte di esse appartengono a specie bentoniche e solo una piccola parte a quelle planctoniche. Di seguito cercheremo di descrivere le specie più comuni nel mediterraneo, e le poche specie che si adattano più o meno bene ad essere allevate “in casa” Purtroppo si deve per “obbligo” trattare con Generi, Classi, Famiglie ecc. Spero che i disegni (anche se approssimativi) possano aiutare, almeno per quanto riguarda le forme e le differenze macroscopiche, al riconoscimento se non della specie almeno della famiglia d’appartenenza.Per ovvi motivi tratteremo solo una piccolissima parte delle 150 specie planctoniche e delle 200 bentoniche presenti nel mediterraneo.Questi piccoli crostacei misurano da 0,5 a 4 mm qualche specie può raggiungere i 5-6 mm 

(Calanus helgolandicus) ma sono eccezioni. I copepodi sono molto abbondanti, infatti, l’80% del plancton è formato da copepodi, li

 possiamo trovare praticamente da per tutto, vicino alla costa, in mare aperto e perfino nelle pozze di marea. Sono presenti per tutto l’arco dell’anno, anche se molte specie possono essere comuni in un periodo e rare in un altro. Ricercatori hanno stimato che in inverno la concentrazione di copepodi è pari a 500 individui m³, mentre in estate possono raggiungere concentrazioni superiori a 10.000 individui m³. Per questo motivo possiamo dividerli in “specie d’acqua fredda “ e “specie d’acqua calda”, la prima “specie” è più abbondante da Gennaio ad Aprile mentre la seconda “specie” da Giugno ad Ottobre.Già da questa differenza si può dedurre quanto sia importante conoscere bene la specie che si sta allevando.

La riproduzione avviene per accoppiamento, in base alla specie, le uova possono essere rilasciate nel acqua o trasportate dalla femmina nei sacchi ovigeri, ogni sacco può ospitare da 20 a 100 uova dopo un periodo d’incubazione più o meno lunganasce il nauplio che misura tra 30 e 200µm, (in base alla specie) il nauplio effettuerà 6 mute trasformandosi in copepodite che effettuando altre 5 mute completerà lo sviluppo in copepode. Il ciclo di vita di un copepode e di 6- 12 mesi, in questo periodo possono riprodursi anche diverse volte. Ogni specie a cicli riproduttivi diversi,  alcune si riproducono 3-4 volte l’anno altre 1 volta ed alcune anche 15 volte. Alcune specie possono produrre uova resistenti (cisti), queste uova sarebbero l’ ideale per iniziare una coltura senza correre rischi, poiché spesso le popolazioni selvatiche sono infestate da funghi, diatomee, ecc. ma e quasi impossibile procurarsi le cisti. Ragion per cui dovremmo procurarci i nostri copepodi in natura, non è difficile procurarsi la quantità necessaria ad avviare una coltura. Con una barca ci possiamo recare a largo, usando un retino da plancton cattureremo quello che ci serve, se non si dispone di una barca ci si può recare su un molo o un altro posto dove l’acqua sia pulita e abbastanza profonda, da tener presente che in mare aperto si ha una maggior quantità di specie, mentre vicino alla costa una maggior quantità d’esemplari. Il problema più grande e riuscire a riconoscere le specie adatte ad essere allevate in colture “casalinghe”. Per questo motivo bisogna innanzitutto disporre almeno di un buon stereoscopio, e conoscere almeno le differenze principali che contraddistinguono i diversi ordini.   

 

Calanoidi

 

Acartia clausi

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Calanus helgolandicus

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Pleuromamma gracilis

Temora stylifera

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Pontella lobiancoi

I calanoidi sono copepodi planctonici, si lasciano trasportare dalle correnti grazie alle loro lunghissime antenne,ognuna di essa  è formata da un minimo di 16 ad un massimo di 26 segmenti.Sono filtratori la loro dieta è prevalentemente basata sul fitoplancton ma anche di batteri, poiché il loro apparato filtrante riesce a trattenere anche particelle inferiori ai 5µm di diametro.purtroppo i calanoidi sono molto sensibili alle variazioni chimicofisiche dell’acqua, tanto da essere usati come veri e propri indicatori biologici. Questo particolare è da tener presente se si vogliono avviare colture con copepodi appartenenti a quest’ordine.

Ciò nonostante si sono registrati buoni successi con l’allevamento di specie come Acartia tonsa, Euritemora affinis,

Calanus finmarchicus, Calanus helgolandicus. Le ultime due specie sono di grandi dimensioni, infatti, il loro nauplio misura 220µm per questo motivo non sono usati nelle prime fasi di sviluppo delle larve, preferendo il più piccolo 

arpacticoide Tisbe holothuriae, il cui nauplio ha una misura di 55µm.

 

Cyclopoidei 

 

Anche in questo caso si tratta di copepodi planctonici,sono poco usati per l’ alimentazione larvale, per questo motivo non ci sono informazioni precise a riguardo,ma si può provare ad allevarli come gli altri copepodi planctonici.

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Copilia mediterranea

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Oncaea mediterranea

 

Arpacticoidei 

Gli arpacticoidei sono tipici copepodi bentonici, a differenza dei Calanoidi, sono caratterizzati da antenne molto corte di solito meno  di 10  segmenti. Si  adattano molto  bene ad essere allevati in cattività e sono nella  maggior parte dei casi  euritermi   

e eurialini Il lato “negativo” di questi  copepodi, sta nel fatto che non nuotano liberamente nell’acqua se non per  brevissimi 

spostamenti, per la maggior parte del tempo rimangono attaccati al fondo o alle pareti della vasca, dove le larve non riescono a catturarli, almeno non nelle prime 3-4 settimane di vita. Un vero peccato visto, la resistenza di questi copepodi.Una specie in particolare Tisbe furcata, presente in tutti gli acquari mediterranei a volte in gran quantità, risulta molto resistente, si adatta a temperature e densità diverse, in più è molto prolifica, una sola coppia di questi animaletti in meno di 100 giorni può generare 1 milione di nauplii. Anche l’alimentazione (come per tutti i copepodi bentonici) non presenta problemi oltre che di microalghe riescono ad alimentarsi di detrito, si può alimentare anche con piccole quantità di cibo in fiocchi polverizzato, tenendo sempre presente l’impatto che quest’alimento può comportare in una piccola vaschetta. Specie di dimensioni maggiori sono un ottimo alimento per cavallucci e pesci ago in particolar modo per gli  esemplari di cattura, nel delicato periodo d’adattamento alla vita in acquario. 

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Euterpina acutifrons

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Stenhelia inopinata

 

 

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Laophonte cornuta

 

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Tisbe furcata

 

 

 Allevamento 

Per prima cosa bisogna scegliere il contenitore, questo va fatto in base al nostro fabbisogno giornaliero di copepodi, in ogni caso meglio optare per un contenitore grande anziché diversi contenitori piccoli. Normalmente in allevamenti professionali non vengono usati filtri nelle vasche d’allevamento, per il semplice motivo che le vasche sono di dimensioni enormi.In allevamenti “casalinghi” si può in alcuni casi servirsi di quest’utile accessorio, specialmente se si allevano copepodi bentonici, si può usare un filtro spugna con un flusso d’aria molto lento, o un classico sottosabbia fatto funzionare con un piccolo areatore.Volendo si può allevare questi copepodi anche in una vaschetta da 4-5 litri (senza filtro) con un aerazione moderata, in questo modo bisogna provvedere a cambiare una parte dell’acqua ogni 2-3 giorni, prestando attenzione a non aspirare con l’acqua anche i copepodi.

I parametri d’allevamento per gli arpacticoidei sono abbastanza “elastici”, questi crostacei si possono allevare a salinità comprese tra 15 e 70 grammi di sale per litro, ed una temperatura che va dai 17°C ai 30°C per l’illuminazione 8-10 ore al giorno dovrebbe essere più che sufficienti.Il problema più grande c’è lo danno i copepodi planctonici ,che sono molto più sensibili. Innanzi tutto bisogna sapere che specie si sta allevando, una volta stabilito la specie si deve cercare di capire, se si tratta di una specie d’acqua fredda o d’acqua calda e da questo stabilire la temperatura d’allevamento.La salinità dovrebbe essere uguale a quella misurabile nelle acque mediterranee, nel periodo dell’anno in cui è presente la specie da noi allevata.Il foto periodo gioca un ruolo importante, poiché sembra che fotoperiodo errati possano essere interpretati come condizioni sfavorevoli  portando questi crostacei ad incitarsi aspettando condizioni più favorevoli, naturalmente questo vale anche per la temperatura.Stabilire i parametri ideali è molto difficile, si possono fare diversi tentativi valutandone poi i risultati.Come parametri di partenza si puo provare, con una temperatura di 16-18°C ed un fotoperiodo di 8-10 ore per quanto riguarda le specie d’acqua fredda, mentre per le specie d’acqua calda la temperatura sarà di 20-22°C ed il fotoperiodo 10-12 ore.

Tenendo presente che questi copepodi compiono migrazioni giornaliere, salendo in superficie di notte e scendendo anche a100 metri di profondità alle prime luci del giorno.Quello che non risulta difficile è l’alimentazione, basta somministrare ogni giorno una piccola quantità di fitoplancton ed una piccolissima quantità di lievito 1 volta alla settimana.  

 

Grafici

 

 





quarta parte:

 


Rotiferi 

 

Fino a prima degli anni 60, i rotiferi erano visti come animali dannosi per gli allevamenti ittici.La loro presenza era combattuta con l’aiuto di potenti disinfettanti.Oggi è praticamente impossibile pensare d’alimentare larve di pesci marini, sia a livello commerciale sia a livello amatoriale, senza l’utilizzo di questo microscopico organismo.                                                                                        

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Brachionus rotundiformis

Brachionus rotundiformis

 con cellula di Nannochloropsissul lato sinistro

Il corpo dei rotiferi è formato da circa 1000 cellule e l’epidermide, detta lorica è ricca di cheratina.Il corpo è diviso in tre parti: testa, tronco, piede, (disegno1). Alla sommità della testa è presente una corona di ciglia, questa corona ruotando crea una corrente d’acqua che assicura l’assunzione dell’alimento, mentre ritraendosi permette all’animale di spostarsi.

Le specie di rotiferi sono circa 2000 di cui solo 50 sono marine, ma solo pochissime specie appartenenti al genere Brachionus sono utilizzate per l’allevamento larvale.Le specie utilizzate in acqua marina sono tre: Brachionus plicatilis, Brachionus rotundiformis, Brachionus sp.??.Le dimensioni sono comprese tra i 70e, i 340µm.

 

Brachionus plicatilis

Il più grande delle tre specie é detto di ceppo L (Large),

misure: 130µm i naupili e 340 µm gli adulti.La temperatura d’allevamento va da 15°C min. a 30°C max., temperatura ottimale 25°C.

 

Brachionus rotundiformis

Specie di medie dimensioni detto di ceppo S (small),

misure: 100 µm i naupili e 210 µm gli adulti.

Il range di temperatura e uguale alla specie precedente

con la differenza che la temperatura ottimale d’allevamento è di 28°C.

 

Brachionus sp.?

Da qualche anno e disponibile anche questa specie selezionato da popolazioni naturali detta di ceppo SS (super small), misure: 70 µm i naupili e 160 µm gli adulti.Questa specie normalmente non è usata negli allevamenti ittici che producono pesci a scopo alimentare, ma è utilizzata negli allevamenti di pesci destinati al mercato acquariofilo.

Per questo motivo le notizie che riguardano il suo allevamento, non sono molte, a parte che la temperatura ottimale d’allevamento si aggira intorno ai 28°C - 35°C. Due notizie circolano tra gli addetti ai lavori: sono difficili da trovare e non si riproducono in modo cosi massiccio come le specie precedenti.(Nel caso qualcuno a notizie precise su questa specie puo contattare l’autore - grazie).

Tutti parametri vitali dei Brachionus come, ciclo di vita, quantità d’uova prodotte ecc. sono strettamente correlati alla temperatura come riportato nella (tabella 1).

I Rotiferi possono “usare” due tipi diversi di riproduzione, quella per partenogenesi e quella sessuata

La riproduzione per partenogenesi é quella che avviene nelle nostre colture.Cerchiamo di capire come funziona questo piccolo “miracolo”. Le femmine amittiche producono uova diploidi (2n cromosomi) che una volta schiuse daranno vita ad un'altra femmina amittica.Le uova sono prodotte ogni quattro ore circa (tabella 1). In condizioni avverse (basse temperature, scarsità di cibo ecc.) la riproduzione per partenogenesi può essere sostituita da quella sessuata. Le femmine precedentemente amittiche si trasformano in femmine mittiche che producono uova aploidi (n cromosomi), se queste uova non sono fecondate daranno vita a maschi aploidi, se sono fecondate si rivestiranno di un guscio duro formando le cisti.

Prima di passare a descrivere i vari metodi d’allevamento, dobbiamo trattare in maniera un po’ più approfondita l’argomento dell’alimentazione. L’alimentazione è un aspetto molto importante nell’allevamento dei rotiferi, dato che ad essa sono strettamente legate le caratteristiche nutrizionali finali del rotifero.Sarebbe uno sforzo inutile produrre grandi quantità di rotiferi con un deficit nutrizionale. Somministrare questo tipo di rotiferi alle larve, che anche mangiandone grandi quantità, morirebbero inevitabilmente. Cerchiamo di capire come poter evitare quest’inconveniente.

I Rotiferi sono filtratori non selettivi, il che significa che possono ingerire qualsiasi cosa sia commestibile con un diametro adeguato al loro apparato boccale (mastax), come ad esempio batteri, funghi, lieviti, microalghe ed altro ancora. I rotiferi riescono ad ingerire particelle d’alimento con un diametro compreso tra 1 e 20 µm, con preferenza per quelle da 1-10 µm.

Questi microrganismi sono caratterizzati da un metabolismo molto veloce e per questo motivo andrebbero alimentati con piccole quantità di cibo diverse volte al giorno, all’incirca ogni 3-4 ore.

Esistono alcuni tipi d’allevamento (che tratteremo più avanti) che ci permettono di poterli alimentare in continuo.

Studi approfonditi realizzati da ricercatori, impegnati a migliorare il profilo nutrizionale dei rotiferi destinati all’alimentazione delle larve di diversi pesci, allevati a scopo alimentare, hanno dato risultati molto interessanti.Gli esperimenti hanno dimostrato quanto segue:

Ogni giorno di digiuno i rotiferi perdono dal 18% al 26% del peso corporeo allevati a 24-26°C (Schott-Baynes, 1978). Makridise-Olsen, 1999, affermano che rotiferi tenuti a digiuno per 5-7 giorni ad una temperatura di 18-20°C perdono il 50% delle proteine, la percentuale di perdita aumenta con l’aumento della temperatura. Il contenuto calorico di un rotifero può oscillare tra 4,8 cal./mg (theilacker –Kimball, 1984) e 6,5 cal./mg (Minkoff, 1987).  Il contenuto proteico è compreso tra 50%e 58% (Schott-Bayenes, 1978) invece Watanabe e Kitajima, 1983 sostengono che il contenuto proteico si attesterebbe intorno al 65%. Ma non finisce qui, in quanto un contenuto proteico del 34% - 58% è riportato da Dendrines-Thorpe, 1987, aggiungendo che la digeribilità per le larve è del 84%-94%.Anche per il contenuto lipidico i valori riportati dai vari ricercatori sono caratterizzati da ampie oscillazioni pari al 9%-28%.Queste oscillazioni, riguardanti sia i lipidi sia le proteine, sono strettamente legate al tipo d’alimento con cui sono nutriti i rotiferi. Nonostante tutto quello fin qui esposto, bisogna dire che i fattori alimentari che più di tutti hanno un’influenza importantissima, sia sulla crescita sia su la percentuale di sopravvivenza delle larve, sono gli acidi grassi polinsaturi a lunga catena della serie n3 – n6. Tratteremo questi importantissimi acidi in modo più approfondito quando ci occuperemo dell’alimentazione delle larve.

Attualmente l’alimentazione dei rotiferi non è più un problema, si puo scegliere tra alimenti secchi o alimenti naturali.

 

Microalghe.

Indubbiamente l’alimento più indicato per alimentare i rotiferi sono le microalghe, a condizione di poter disporre di quantità che possano far fronte al fabbisogno giornaliero dei rotiferi, che è molto alto.Quest’alimento ha un ottimo valore nutrizionale, un buon contenuto d’aminoacidi e acidi grassi essenziali (vedi fitoplancton), in più ha un’eccellente galleggiabilità.Il fitoplancton essendo vivo, non inquina l’acqua e puo agire da battereostatico. L’unico aspetto negativo di quest’alimento sta nel fatto, che deve essere allevato e spesso non si riesce a far fronte alla richiesta da parte dei rotiferi. Pertanto a meno che non si disponga di un reparto fitoplancton, in grado di garantire la produzione d’alcuni litri al giorno. Infatti, alcuni litri al giorno sono la quantità necessaria ad alimentare un numero di rotiferi occorrente a nutrire circa 200-300 larve per tre settimane.Una soluzione per ovviare a questo “inconveniente” potrebbe essere quella di usare un altro tipo d’alimento come base ed alimentare i rotiferi con le microalghe solo 12-24 ore prima di somministrarli alle larve.

 

Lieviti

I lieviti hanno un diametro di 5-7 µm un buon contenuto proteico, non si devono allevare e sono di facile reperibilità. Il tipo di lievito più usato è il Saccaromyces cerevisiae, ma possono essere utilizzati anche Candida sp., Rhodotorula sp. L’utilizzo del lievito è molto semplice, basta scioglierne la quantità necessaria in un po’ d’acqua e somministrarlo ai rotiferi.La quantità necessaria dipende dal tipo d’allevamento e dalla specie di rotifero allevata. La dose giornaliera approssimativa può essere di 1g/106 –1 (Lavens – Sorgeloos, 1996). Purtroppo i lieviti sono carenti di lipidi ed anche il profilo vitaminico è carente ragion, per cui i lieviti non possono essere usati come unico alimento non essendo in grado di garantire i nutrienti necessari per una crescita corretta e veloce.Volendo usare i lieviti come alimento principale bisogna arricchirli con oli di pesce o integratori commerciali.

Un altro fattore da tener presente alimentando i rotiferi con i lieviti e che quest’alimento ha il vantaggio/svantaggio di “produrre”rotiferi più grandi del 10%-15% rispetto a quelli alimentati con fitoplancton.

 

Mangimi commerciali 

I mangimi commerciali sono stati studiati  per sostituire completamente le microalghe.Questi mangimi hanno un ottimo profilo nutrizionale, contengono praticamente tutti i nutrienti necessari, compreso gli importantissimi acidi grassi essenziali, in più si trovano facilmente e sono comodi da usare.Detto cosi sembrerebbe l’alimento ideale, ma purtroppo non è così. Quest’alimento inquina abbastanza velocemente l’acqua, favorisce la comparsa di cigliati nella coltura, in più si è potuto notare, che i rotiferi allevati esclusivamente con quest’alimento producono meno uova dei rotiferi allevati con le microalghe.Un altro piccolo inconveniente è quello che i rotiferi prelevati da vasche dove è impiegato quest’alimento, devono essere risciacquati con attenzione per evitare che le particelle d’alimento attaccate al corpo dei rotiferi inquinino le vasche delle larve. Quest’operazione di pulizia può stressare i rotiferi, che sono sottoposti a cambi repentini dei valori fisici/chimici dell’acqua, con conseguenze che vanno dalla semimmobilità alla morte.

 

Parametri generali

 

I rotiferi sono in genere organismi che si adattano più o meno bene a parametri d’allevamento più diversi. Naturalmente condizioni troppo al di fuori di quelle ottimali (tabella 2) inciderebbero in modo negativo sia sulla quantità sia sulla qualità del rotifero.

 

Abbiamo già trattato la temperatura d’ allevamento per le tre specie che più ci interessano.Diamo uno sguardo veloce anche a gli altri parametri che possono influenzare le nostre colture. I brachionus sono una specie eurialina, in natura si possono trovare nelle acque più diverse che possono avere una salinità che va dal 1,8‰ al 36‰. Molti ricercatori sono d’accordo sul fatto che per una corretta e veloce riproduzione, la salinità dovrebbe essere al di sotto del 35‰ con una temperatura di 25°C . Altri affermano che una salinità  inferiore e  temperatura più elevata hanno un effetto positivo sulla riproduzione.Visto il dubbio venutosi a creare abbiamo voluto provare tutte è due le teorie.

Abbiamo preparato due bottiglie di fito identiche sia per tipo di microalghe che di quantità di quest’ ultima per ml³, anche la temperatura era uguale 25°C, l’ unica differenza era la densità. La bottiglia n°1 aveva una densità di 1022, mentre per la bottiglia n°2 la densità era di 1027. Le abbiamo inoculate con 100 individui per bottiglia ottenendo i seguenti risultati. Dopo 12 giorni la bottiglia n°1 era completamente trasparente  con una buona densità di rotiferi. La bottiglia n°2 ha impiegato altri 3 giorni per diventare trasparente e la quantità di rotiferi era approssimativamente del 10%-15% inferiore. Abbiamo fatto la stessa prova portando la temperatura a 28°C ottenendo gli stessi risultati, tranne che per il tempo con cui i rotiferi consumavano le microalghe che si riduceva di 2-3 giorni. 

 



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