Da piccolo, non lo
dimenticherò mai, passeggiavo sul bagnasciuga con in mano un
secchiello pieno d’acqua di mare e seguivo mio padre che
nuotava con maschera e tubo (il tubo è quello che oggi
chiamiamo aeratore di superficie o snorkel) vicino alla
riva; ogni tanto, con qualche breve apnea, un paguro, un
piccolo polpo o un cavalluccio marino, appena catturato,
veniva delicatamente trasferito con le mani nel mio
secchiello, per soddisfare la mia grande curiosità. Tra le
tante sorprese, l’ippocampo era il mio preferito. Il
secchiello lo avrebbe ospitato per alcuni minuti, quanto
sarebbe bastato per osservare la strana creatura. Non posso
negare che qualche volta ci scappò il cadavere, vuoi per
eccesso di manipolazione da parte di un bimbo appassionato
come me, vuoi per la mancanza di una vera coscienza
ecologica. All’inizio degli anni settanta il mare dello
stretto era densamente popolato da una sorprendente fauna
marina e i cavallucci erano diffusissimi. Quando imparai a
nuotare, seguii mio padre e lo guardai nelle sue apnee:
imitandolo, ben presto riuscii a fare qualche tuffo in un
paio di metri d’acqua, sufficienti per cominciare ad
affinare lo sguardo e reperire i miei primi cavallucci,
perfettamente mimetizzati. L’attività subacquea in apnea e,
successivamente, l’uso dell’autorespiratore, mi consentirono
di osservare sempre meglio questo curioso pesce; tanto che
oggi il mio archivio di fotografo subacqueo, dopo vent’anni,
conserva oltre mille scatti di questa specie. Purtroppo
fotografare un cavalluccio è diventata ormai una impresa
degna di nota.
Ma voi, cari
lettori, avete mai visto un cavalluccio di mare? Non c'è da
meravigliarsi se la vostra risposta sarà no. In molti mari
del mondo ippocampi e pesci ago sono ormai una rarità, per
varie ragioni. E anche dove sono ancora presenti in discreta
misura vederli non è cosa facile: sono infatti piuttosto
piccoli, decisamente mimetici, e frequentano ambienti dove
spesso il subacqueo non si immerge. Nonostante la difficoltà
nel reperirli e osservarli, gli ippocampi sono molto
popolari non solo tra i subacquei ma anche tra coloro che
non si sono mai immersi; vuoi per la loro bellezza, vuoi per
la forma stranissima (sono pesci, anche se molti non ci
credono…) o per lo stile di vita, sono tra gli animali del
mare più noti, fin dall’antichità. Il nome deriva dal greco
Hippos (cavallo) e kampos (mostro di mare);
per i poeti greci il cavalluccio di mare era una creatura
mitica. Gli dei se ne servivano per attraversare i mari e le
scene mitologiche lo rappresentano come un cavallo, con la
parte inferiore di pesce o delfino. Secondo i greci, il
carro di Poseidone era trainato proprio da un esemplare di
ippocampo.
Diventato a pieno titolo il
protagonista di una infinita serie di loghi tra coloro che,
in un modo o nell’altro, si occupano di mare, il cavalluccio
marino è sempre stato oggetto dei nostri sogni infantili in
quanto creatura di straordinaria bellezza e unico, tra gli
abitanti del mondo sommerso, per la sua forma curiosa e al
tempo stesso bizzarra, misteriosa e fragile. Il cavalluccio
in realtà è un pesce facente parte della stessa famiglia dei
pesci ago, la famiglia dei singnatidi
(classe Pesci Ossei,
e ordine Singnatiformi).
Sono pesci di
taglia piccola, sottili, allungati, col corpo protetto da
una serie di anelli e di placche ossee.
La caratteristica
principale è quella di avere le mascelle fuse assieme in una
bocca a tubo, allungata, con apertura terminale e senza
denti.
Tutto ciò conferisce a
questi pesci un aspetto caratteristico, con muso cavallino,
soprattutto negli ippocampi, pesci che stazionano in
posizione eretta con il capo piegato in avanti posto a
formare un angolo retto con l’asse del corpo. I cavallucci
hanno dunque
corpo compresso sui
fianchi, con ispessimenti ossei e talvolta con una serie di
appendici lungo il dorso (tipo la criniera di un cavallo…).
Presentano un muso allungato con bocca rivolta verso l'alto
(da cui la specie detta "camusa"); l’apertura boccale è
inoltre molto piccola e consente una dieta alimentare
estremamente selezionata. Non avendo inoltre una vera e
propria dentatura, i cavallucci in pratica "aspirano" il
cibo, che consiste in piccoli crostacei e vari animaletti
dello zooplancton.
Più volte mi è capitato di
vedere in natura un ippocampo mentre mangia, durante il
giorno, tranquillamente fermo nella sua posizione di
ancoraggio al fondo. Lo scatto della bocca in avanti e la
sua simultanea apertura abbinata al “risucchio” lo rendono
quasi infallibile nella cattura della piccolissima preda.
Nonostante sembrino timidi e tranquilli, i cavallucci sono
infatti voracissimi: sono capaci di mangiare anche dieci ore
al giorno, periodo durante il quale riescono a ingurgitare
fino a 3000 larve di crostacei. Tanto che a due mesi possono
superare i cinque centimetri di lunghezza.
I cavallucci sono
dotati, come tutti i pesci, di pinne dorsali ed anali, e una
coda prensile totalmente diversa da una pinna caudale
classica. Se provate a tenere delicatamente tra le nude dita
della vostra mano, ovviamente sott’acqua, un cavalluccio
marino, potrete apprezzare quella strana sensazione che la
coda prensile trasmette quando si attorciglia al dito,
stringendolo come fa la mano di un bimbo appena nato quando
gli si mette un dito al centro. Sensazione unica…
La colorazione
degli ippocampi può variare dal nero-bruno con punti
bianchi, al rosso, arancio, bruno e fino al giallo, con vari
inserti a macchie o strisce di colori diversi; la lunghezza
è compresa tra 15 e 30 cm. Da pessimi nuotatori si muovono
usando come propulsore la pinna dorsale, che batte intorno a
50 - 70 volte al minuto, ma ha anche due piccola pinne
pettorali vicino alla testa, utilizzate per le manovre di
spostamento laterale; la coda prensile è invece adoperata
per ancorarsi alle foglie nastriformi della posidonia o di
qualsiasi alga o substrato adatto.
Sfruttando le loro capacità
mimetiche, gli ippocampi vivono a contatto col fondo in
coppie che possono rimanere unite anche per tutta la vita.
Il Cavalluccio maschio è chiaramente riconoscibile per la
presenza del marsupio, mentre la femmina ha un addome
arrotondato privo di marsupio.
Dal punto di vista
riproduttivo sono poi particolarissimi. Attivi sessualmente
già tra i 6 e gli 8 mesi di vita, possono deporre da 5 a
1200 uova. In
primavera, quando l’acqua inizia a riscaldarsi, per i
cavallucci inizia la stagione degli amori. Dopo alcuni
giorni di corteggiamento, durante i quali il maschio e la
femmina compiono movimenti lenti e flessuosi (assistere al
rituale del corteggiamento è un’esperienza unica), gli
ippocampi si accoppiano. La femmina, intrecciando la coda
con quella del maschio e ponendo il ventre a stretto
contatto con quello del suo compagno, emette le uova, che
vengono opportunamente trasferite nel marsupio del maschio,
che nel frattempo si era preparato a riceverle e che,
simultaneamente, rilascia gli spermatozoi. Il momento
cruciale, quando la femmina deposita le uova nella tasca del
maschio, richiede una perfetta sincronizzazione e spesso
accade che, magari per inesperienza della coppia,
l’operazione non vada a buon fine. Le uova, del diametro di
un paio di millimetri, aderiscono alle pareti interne del
ventre del “papà”, ricevendo da esse le sostanze nutritive
necessarie durante la gestazione. Il maschio porta avanti la
“gravidanza”, unico esempio in natura, in un tempo che varia
da alcuni giorni ad alcune settimane.
Al momento del parto il
cavalluccio si ancora con la coda prensile a un supporto e
inizia ad espellere i piccoli cavallucci con contrazioni
molto simili a quelle di una partoriente umana. Alla nascita
i piccoli misurano pochi millimetri e sono totalmente
formati, una riproduzione in miniatura dell’adulto.
I cavallucci sono
oggi animali in forte regressione in tutti gli oceani, a tal
punto da essere inseriti nella Lista Rossa degli animali a
rischio di estinzione della World Conservation Union.
Sensibili alle alterazioni degli habitat naturali e
utilizzati per la preparazione di afrodisiaci, di medicine
contro l’incontinenza e la caduta dei capelli, di pozioni
magiche, vengono ancora pescati per adornare gli acquari
domestici e per produrre vari oggetti ornamentali. Tutti
questi modi e la sciagurata abitudine di acquistare
cavallucci come souvenir stanno minando gravemente tutte le
specie presenti sul pianeta.
Nel Mediterraneo
sono presenti solo due specie: Hippocampus ramulosus
e Hippocampus hippocampus, volgarmente noti
come cavalluccio marino e cavalluccio marino camuso.
In ecologia, gli ippocampi
sono considerati validi indicatori di qualità ambientale,
in quanto sono organismi stanziali che vivono in habitat in
stato di equilibrio naturale. Il ritrovamento di popolazioni
numerose di cavallucci marini in determinate aree è, quindi,
indice di buona qualità ambientale. Essi vivono nelle baie e
nelle insenature vicino alle coste, fino a circa 30 metri di
profondità, e la loro casa è costituita dalle folte praterie
di vegetazione marina, ma non solo (ho trovato spesso molti
esemplari su fondali totalmente sabbiosi). Nel Mediterraneo
calabrese, in particolare nel mare dello Stretto di Messina
e dintorni, ho avuto la possibilità di osservare, studiare e
fotografare molti ippocampi. Ma ho avuto anche la sventura
di assistere alla loro repentina regressione.
Immergendomi oggi e
scoprendo ogni tanto che ancora esiste qualche cavalluccio,
mi domando se la specie possa essere considerata un relitto
vivente o se in qualche modo questi pesci riescano ad
adeguarsi alle novità e modificare il loro comportamento
secondo la necessità.
Tempo fa ho cercato i
cavallucci su uno dei siti più profondi che conosco, nella
speranza che almeno lì ci fossero dei sopravvissuti.
Esistono diverse colonie di questi animali sullo Ionio
calabrese e la più numerosa che sia stata finora segnalata è
quella di Soverato (CZ), dove un fondale sabbioso ospita
diversi esemplari in pochissimi metri d’acqua. Altre colonie
sono diffuse nei dintorni di Reggio Calabria, entro e non
oltre i 20-25 m di profondità. Quella di Marina di San
Lorenzo (RC) è la colonia che ho studiato di più, oltre ad
essere una di quelle dislocate a maggior profondità. Con
grande sorpresa ho trovato due discreti esemplari di
Hippocampus ramulosus, a circa 28 metri, ben saldi alle
poche foglie di Cymodocea nodosa presenti nel vasto
deserto di sabbia. La ricerca è durata una trentina di
minuti e i due cavallucci, poco distanti uno dall’altro,
erano di sesso opposto. Che spettacolo!
Sono rimasto favorevolmente
colpito dalla attuale presenza di questi pesci e un barlume
si speranza ha invaso i miei pensieri. Tuttavia non si sa,
oggi, quale sarà il futuro di questa specie. Certo è che un
animale come il cavalluccio marino resterà sempre impresso
nella memoria dell’uomo e fino a quando, sott’acqua, avrò la
possibilità di incontrarlo, mi riterrò un uomo fortunato,
molto fortunato.