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Un unicorno nel mare dello Stretto, di Francesco Turano

 

 

La parola “unicorno” stimola inevitabilmente la fantasia e ci conduce diritti nel mondo di fiabe e leggende, dove cavalli bianchi assumono strane sembianze per la presenza di un lungo corno al centro del capo. Ma nel caso specifico, tra gli animali del mare è stato provvisoriamente battezzato unicorno un piccolo pesciolino tropicale della famiglia dei monacantidi, recentemente introdottosi in Mediterraneo. “Unicorno” perché anche lui è provvisto di una sorta di corno o aculeo o ancora spina (come si preferisce) proprio sul capo, anche se in realtà siamo di fronte a una modifica strutturale del primo raggio della pinna dorsale. Il suo nome scientifico è Stephanolepis diaspros (Fraser - Brünner, 1940).
Con corpo alto, assai compresso lateralmente, e con profilo ventrale decisamente arrotondato, ha una bocca molto piccola e prominente. Il 2° raggio della seconda pinna dorsale, nei maschi adulti, è piuttosto prolungato, filamentoso e conferisce all’animale un aspetto, complessivamente, molto elegante. La taglia massima non supera i 25 cm e la colorazione è grigio – brunastra o giallastra, con riflessi verdastri; presenta sul corpo una serie di macchie e linee orizzontali più scure e una rete di linee sinuose più chiare che possono formare dei rombi allungati. Nel Mediterraneo è presente lungo le coste meridionali del bacino centrale e di quello orientale, a seguito di introduzione dal Mar Rosso attraverso il Canale di Suez; nei nostri mari è presente nel Golfo di Taranto e nelle acque della Sicilia orientale. La specie è tipica del Mar Rosso.
La famiglia monacantidi comprende un centinaio di specie, in prevalenza tropicali, purtroppo non molto conosciute. Alcune specie hanno colorazioni che le rendono inconfondibili, ma molte sono ben camuffate e hanno una colorazione molto variabile a seconda dell'ambiente, essendo in grado di cambiare colore velocemente per mimetizzarsi.

Diverse specie, tra l’altro, non amano interagire con i subacquei e si nascondono con cura in presenza di osservatori umani, il che rende ulteriormente difficile osservarli.
Provvisti di scaglie piccole, ciascuna con un filamento, hanno la pelle di aspetto vellutato o ruvido (da cui deriva il nome di pesci lima).
Ma quali e quante sono le prove e le testimonianze dell’introduzione di questo piccolo pesce in Mediterraneo? E soprattutto: siamo certi che il pesciolino abbia trovato le condizioni ideali per riprodursi nei mari italiani, considerando la rarità delle segnalazioni? A questi quesiti posso rispondere solo parzialmente. E già questo rappresenta un traguardo.
Le prove dell’introduzione di S. diaspros nel nostro mare sono sostanzialmente poche, ma sufficienti a confermarne la sua presenza. La prima segnalazione relativa al suo avvicinarsi al Mediterraneo risale al 1966 ed è legata alla sua individuazione, per la prima volta, nel Canale di Suez; risale invece al 1967 la cattura di un esemplare nel Golfo di Taranto, prima testimonianza del suo avvicinarsi alle acque italiane. Da quel giorno, il pesce è riportato come abbastanza comune lungo le coste tunisine e nel Mar di Levante, dall’Egitto fino a Rodi. Ma dalla segnalazione di Taranto fino ad oggi, ogni traccia della sua presenza lungo le nostre coste era svanita definitivamente. Almeno fin quando non mi accadde l’inimmaginabile. Era il mese di aprile del 1996 e durante alcune immersioni a poca profondità sui fondali antistanti il lungomare della mia città, Reggio Calabria, mi trovai ripetutamente al cospetto di quello che a prima vista mi sembrò un giovane esemplare di pesce balestra. Guardandolo meglio e fotografando a dovere il primo esemplare incontrato, mi resi presto conto delle peculiarità di un pesce che balestra non era; si trattava di un piccolo pesce lima, un rappresentante dei monacantidi, assolutamente non vivente in Mediterraneo. Pensai subito a una nuova migrazione lessepsiana e le mie ricerche me ne diedero atto.
Subito non mi resi conto dell’importanza della scoperta e della sua valenza scientifica; solo quando scoprii di essere stato l’unico a fotografare tale specie nei mari italiani cominciai a cogliere l’importanza della segnalazione e dell’evento. Presto, immergendomi di nuovo nello stesso luogo, incontrai altri esemplari, di cui due adulti splendidi. Ma poi gli incontri finirono e non si son più ripetuti. All’epoca collaboravo con la rivista Aqua e venne fuori un articolo firmato da Angelo Moretta, quasi incredulo alla mia testimonianza, rafforzata da un certo numero di immagini di estrema chiarezza. Il titolo del pezzo fu “Quel balestra mai visto”, articolo che fu poi inserito in una serie di “scoop” che Angelo ed io portammo avanti per un pò, lui con l’abilità nella precisa descrizione e documentazione scientifica ed io con le mie rare immagini di strane creature e con le mie puntuali osservazioni in natura.
La prova che il monacantide fosse giunto in Italia era ormai tangibile; ma nuovi avvistamenti, a sostegno del suo eventuale ambientamento in queste acque, non ce ne furono. La sua presenza rimane oggi un mistero e ogni segnalazione in altri lidi d’Italia potrebbe essere importante per capire se lo Stephanolepsis diaspros stia ancora cercando una nuova casa o se, non trovandosi, abbia invece rinunciato a cercare.
Per non dimenticare e continuare a sperare che un giorno qualcuno dall’occhio acuto scovi qualcosa del genere da qualche altra parte, sott’acqua o sul banco del pesce, ho ritenuto doveroso pubblicare queste righe e queste immagini uniche anche su internet, strumento con un potenziale nuovo e senza confini.
 

 

           

                                                        

 

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